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14 aprile 2026

Sala Teatro

20:00

15 aprile 2026

Sala Teatro

20:00

Con I miei stupidi intenti, tratto dal romanzo omonimo di Bernardo Zannoni, vincitore del Premio Campiello 2022, la compagnia VicoQuartoMazzini prosegue la sua esplorazione della letteratura contemporanea italiana addentrandosi in un mondo popolato da animali che cercano Dio e poi lo rifiutano, che si sognano uomini e infine preferiscono restare bestie. 

Una giovane faina è diventata zoppa mentre cacciava tre uova di pettirosso. A sua madre non serve più e decide di venderla al misero prezzo di una gallina e mezzo. La compra una vecchia volpe usuraia, che decide di mostrarle il suo più grande segreto: un libro sacro, la parola di Dio.
Attraverso la rivelazione della parola e del linguaggio, la faina scopre la percezione del tempo e i suoi paradossi: l'insidia e la consolazione del ricordo, la liberazione e l'abisso della morte. Il potere della scrittura e della lettura diventano la causa e il rimedio, il balsamo e la ferita, la leggerezza e l'oppressione.
È la parabola di un animale che prova ad avvicinarsi a Dio, fallisce, prova di nuovo; di una creatura che ha lo stupido intento di provare ad essere di più di ciò che è.

dal romanzo di
Bernardo Zannoni (Sellerio editore)   

ideazione
VicoQuartoMazzini 

drammaturgia
Linda Dalisi
Gabriele Paolocà
Michele Altamura

regia
Michele Altamura
Gabriele Paolocà

con (in ordine alfabetico) 
Michele Altamura
Leonardo Capuano
Giuseppe Cederna
Jonathan Lazzini
Gabriele Paolocà
Arianna Scommegna

scene    
Daniele Spanò

costumi
Aurora Damanti    

luci
Giulia Pastore

musica originale
Demetrio Castellucci

sound designer e fonico 
Niccolò Menegazzo     

realizzazione scenografie  
Officina Scenotecnica Gli Scarti 

aiuto regia
Giulia Odetto

macchinista 
Letizia Paternieri  

datore luci  
Alessandro Di Fraia  

cura della produzione
Francesca D’Ippolito

produzione    
LAC Lugano Arte e Cultura
Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
TSU – Teatro Stabile dell’Umbria
Teatro Nazionale di Genova

“In natura la verità è sempre assai più bella di tutto ciò che i nostri poeti, gli unici autentici maghi, possono anche soltanto immaginare”, dice Konrad Lorenz, uno dei padri fondatori dell’etologia, che con le sue ricerche ha nutrito il processo creativo che ha portato all’adattamento de I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni. Tra le pagine del libro di Zannoni abbiamo sperimentato, amandolo profondamente, che quella verità e quella poesia di cui parla Lorenz vivono in modo spietato e doloroso nel rapporto con la Scrittura. Scrittura non è solo imparare a orientarsi nel labirinto dei caratteri tipografici, imparando a replicarli su un supporto, ma è allenarsi a stare in equilibrio su un confine. Quel confine è la scoperta del mondo. “La vita è un processo che cerca conoscenza. Vivere è imparare”, continua Lorenz. 
Fare un adattamento da un romanzo è sempre un azzardo, prendi una cosa nata in un certo modo e per forza di cose la trasformi, la metti in un altro ambiente, la fai adattare, appunto. Quella creatura si deve ambientare a una nuova natura. Anche Faina cambia la sua natura nel momento in cui mette piede, zoppo come Edipo, nella terra di Volpe. E la madre, come un violento oracolo, un Tiresia inconsapevole, glielo ha pure predetto: “Se ti rompi sei dannato”. La conoscenza ti rende dannato. E lui cambia natura. E trova una verità, quella verità più bella di quello che un poeta potrebbe scrivere. Trova la scrittura. Ma trova anche il senso dell’amicizia, l’importanza dell’insegnamento e della memoria.  
Quando l’umanità ha fallito, ritorna l’animale a mostrarci la strada. È stato un po’ questo il motore che, con Michele e Gabriele, ci ha portati a un adattamento in cui il mondo che oggi abbiamo di fronte trova drammaticamente spazio. La Scrittura, che è al centro del romanzo, è anche il grande catalizzatore di questo spostamento al presente, dove la memoria viene recuperata, raccolta tra le macerie di una terra bombardata, e si trasforma, trasformando noi. Fuori incombe un orrore, come lo affronto? Come lo affrontano i personaggi di questa storia? 
Con la forza di chi è “figlio di nessuno” e con dignità cerca di costruire una nuova società. Con la messa in crisi del pregiudizio antropocentrico. Con la forza rivoluzionaria della letteratura. 

La forza allegorica de I miei stupidi intenti, racchiusa nella dicotomia animale/umano, permette di riconoscersi liberamente nel suo significato simbolico più profondo. Il viaggio verso la conoscenza di una faina, narrato lungo l'intero arco della sua vita, ci fa riflettere sul nostro e le sue domande irrisolte sono quelle del nostro quotidiano.
Quali sono i nostri intenti?
Cosa abbiamo per rispondere alla pretesa di una consapevolezza, di un senso, di un fine? Esclusivamente la parola.
La parola di Dio è da sempre un rifugio per placare il desiderio di autodeterminazione, poiché dispensa dagli interrogativi esistenziali, affidando al mistero della fede ogni pretesa di consapevolezza.
È dunque questo il nostro intento: cercare conforto in qualcosa di più grande di noi?
E se invece alla parola di Dio preferissimo quella dell’Uomo?
“Queste sono parole, appartengono alla carta e restano”, così dice la faina leggendo il libro che raccoglie la vita di volpe. La scrittura ci fa fermare il tempo a modo nostro, permettendoci di raccontare quello che vogliamo, rendendoci padroni della nostra storia. Attraverso la scrittura decidiamo cosa salvare e cosa lasciare scomparire: quale forma dare al passato. In questo senso diventiamo responsabili non solo di ciò che viviamo, ma di ciò che resta di noi. Dunque è questo il nostro intento: trattenere il peso della memoria?
E qual è allora il nostro stupido intento di registi?
Raccontare storie su un palcoscenico per evocare immaginari più grandi di noi, o tentare di fermare il tempo attraverso l’atto creativo, nella speranza di diventare, a nostra volta, memoria?
Sentiamo la responsabilità di portare queste domande sulla scena, per capire se il teatro possa farsi risposta o se, invece, non sia soltanto un altro stupido intento.

Foto di scena

Intervista ai registi Michele Altamura e Gabriele Paolocà

Intervista all'attore Giuseppe Cederna

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