venerdì 12 giugno

Sala 1
Gratuito

Nell’interpretazione di Cecilia Bengolea, la danza diventa la sostanza che consente di accedere all’esperienza miracolosa dell’invenzione. Durante le sue performance prendiamo coscienza di come la vulnerabilità del corpo coesista con la possibilità di incontri e dialoghi inattesi. 
– Chus Martínez, direttrice dell’Art Institute presso la Basel Academy of Art and Design 

Ti sei mai chiesto come la performance ci aiuti a riflettere sull’identità? L’identità non ha nulla a che fare con il realismo. 
I nostri corpi non sono destinati a dare una forma univoca o immutabile a ciò che siamo. Il corpo in movimento, attraverso un’esplorazione profonda delle energie che lo sostengono nella danza, afferma la propria natura non oggettuale. Muovendoci scopriamo che la forza non risiede in una rappresentazione realistica o in un’identificazione, ma nel modo in cui l’energia rivela la dimensione miracolosa dell’essere. “Miracoloso” non è qui inteso in senso religioso, ma come ciò che è inatteso. È la scoperta di un legame gioioso tra le specie, tra le innumerevoli possibilità di inventare un corpo, un modo di stare al mondo, una relazione fertile con la diversità. 

“La mia pratica del dancehall di strada in Giamaica – afferma Cecilia Bengolea – mi ha portato a considerarlo una cultura spirituale. Sebbene il dancehall sia profano – con sessualità esplicita e violenza come elementi integranti dei testi –, al suo interno, come comunità, riconosciamo insieme un senso di unità e di elevazione spirituale. Il dancehall genera testi e movimenti che nascono dalla vita quotidiana, dall’osservazione della natura, del comportamento animale, delle relazioni sessuali e delle semiotiche delle gang. Senza inizio né fine, la sua coreografia e i suoi passi si configurano come una successione di eternità, collocandosi così in un tempo spirituale. 
Un movimento di questo tipo liquefa il corpo in sudore e in nuove forme ondulanti. 
Questa specifica multidirezionalità delle parti del corpo mi ha fatto pensare alla cinetica degli invertebrati, come il polpo. Il suo cervello decentralizzato e la relativa indipendenza da un sistema nervoso centrale sono paragonabili ai corpi “pensanti” del dancehall e della cultura yoruba. 
L’“altra mente” del polpo suggerisce un corpo senza confini: un essere completamente liquido, generato da uno stato di prova costante. Gli spiriti e i ritmi che attraversano questo corpo si muovono simultaneamente in più direzioni. Il sudore e la pioggia tropicale dissolvono ulteriormente i confini tra interno ed esterno, ricordandoci forse che i fluidi del corpo sono conduttori elettrici che funzionano in modo simile alle sinapsi del cervello: creano nuovi percorsi, nuove vie di comunicazione, ridefinendo la sensibilità. Lavorare sui passi è solo una parte del processo di sincronizzazione e composizione del sé all’interno di uno stato di maggiore liquidità. 
I movimenti che mi attraggono sono quelli in cui il corpo è guidato da una propria intelligenza fisica.” 

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curated by 
Cecilia Bengolea  

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