Dandarvaanchig Enkhjargal, morin khuur e canto diplofonico

Dimitar Gougov​​​​​​​, gadulka e voce

Fabien Guyot​​​​​​​, percussioni

Da un pericoloso incrocio tra Mongolia, Bulgaria e Francia giunge a Lugano il Barbar Rocks dei Violons Barbares, uno dei gruppi che meglio rappresenta il valore del melting pot musicale e culturale. 

La formazione si compone da Dandarvaanchig Enkhjargal, cantante diplofonico che al tempo stesso suona un violino barbaro a una sola corda sola, Dimitar Gougov, prodigioso suonatore di gadulka, l’incredibile violino bulgaro, e Fabien Guyot, percussionista indemoniato che agita pentole e tamburi auto-costruiti con materiali provenienti da ogni angolo del pianeta. Il Grido del Lupo è il loro terzo disco prodotto da Harmonia Mundi.

“Poliglotta. La lingua degli angeli”

Scriveva John Cage negli anni ‘50 che per stare nella contemporaneità ci vogliono più occhi e orecchie di quelle che abbiamo “naturalmente” in dotazione. E aveva ragione. Oggi per parlare ai nostri cuori induriti da oltre un anno di pandemia e di futuri incerti forse, oltre ad aver bisogno di più occhi e più orecchie, necessitiamo anche di più lingue. Più lingue per intercettare e tradurre i messaggi degli angeli e metterci in vibrazione con le lingue del fuoco e dell’energia, le lingue della morte e della resurrezione, le lingue dei numeri e quelle dei sogni, le lingue dell’elettricità e quelle degli abbracci.

Questa sezione del LAC en plein air farà vibrare le lingue: quelle degli angeli nascoste nella forza dei suoni e quelle parlate, dai dialetti locali come il pugliese o il catalano a quelle internazionalmente riconosciute e riconoscibili come il castigliano fino a quelle assolutamente incomprensibili come l’estone o il mongolo. Lingue sconosciute e violini barbari, ninne nanne avvolgenti e beats elettronici, canzoni di speranza e testamenti funebri, amori perduti e stornelli di feste tutto in sole nove tappe.

Saul Beretta, curatore

 

“Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta.
Poi saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo dell’umano.
Come ora ne abbiamo dell’infinità. [...]”
(Mariangela Gualtieri)