Evento passato

07 novembre 2022

Palco Sala Teatro
da 25.- a 49.- CHF

20:30

08 novembre 2022

Palco Sala Teatro
da 25.- a 49.- CHF

20:30

09 novembre 2022

Palco Sala Teatro
da 25.- a 49.- CHF

20:30

Liberamente ispirato alla vita e all’opera di Galileo Galilei, il nuovo spettacolo portato in scena da Andrea De Rosa e Carmelo Rifici – attraverso una collaborazione artistica e produttiva unica nel panorama teatrale odierno – ruota intorno ai problemi scientifici e ai grandi misteri del nostro tempo.

Fisico e filosofo della natura, Galileo è considerato il padre della scienza moderna, segnando uno spartiacque per la nostra cultura. Tanto il suo contributo scientifico quanto la sua abiura hanno dato vita ad un’onda lunga che è arrivata fino a noi: un big bang la cui espansione si mostra oggi nella sua forma più realizzata e problematica.
Galilei è colui che spezza definitivamente i cieli aristotelici, rompendo un modello di raffigurazione del mondo che per secoli aveva rincuorato l’uomo: scienza e teologia, rappresentazione e verità si dividono definitivamente.

Processo Galileo si compone di tre storie, tre momenti uniti in un unico spettacolo. Un prologo, ambientato nel passato storico in cui avviene l’abiura: le parole del processo a Galileo del 1633, con i suoi personaggi e il suo linguaggio, fungono da punto di partenza e di irradiazione dei diversi temi in gioco – il rapporto tra la scienza e il potere, la tradizione, la coscienza. Un presente, nel quale una giovane donna, madre e intellettuale, è chiamata a raccontare per una rivista divulgativa il nuovo paradigma che la scienza sta ponendo oggi; il lutto familiare che sta elaborando provoca un cortocircuito con i dialoghi che intrattiene con uno scienziato e con sua madre, costringendola ad intraprendere un viaggio più vasto, che mette in discussione la sua visione del mondo. Un futuro, nel quale ogni realismo si sgretola e i personaggi diventano le voci di un'invettiva contro un Galileo che non è più visto come solo l'imputato di un tribunale ecclesiastico, ma come il portavoce di un processo storico e culturale che ha congiunto in maniera indissolubile la ricerca scientifica alla capacità tecnica, saldando per sempre l'idea di progresso di una società alla potenza dei suoi dispositivi tecnologici. Il cannocchiale di Galileo diventa così lo strumento di una rivoluzione che, iniziata nel XVII secolo, proietta il mondo in un futuro per molti versi inquietante. Tre sequenze che corrispondono ad altrettanti processi che – con diversi linguaggi e modalità espressive – indagano i destini e gli interrogativi del mondo contemporaneo e di quella che oggi chiamiamo modernità.

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di
Angela Dematté
Fabrizio Sinisi

dramaturg
Simona Gonella

regia
Andrea De Rosa
Carmelo Rifici

con
Luca Lazzareschi
Milvia Marigliano

e con (in ordine alfabetico)
Catherine Bertoni de Laet
Giovanni Drago
Roberta Ricciardi
Isacco Venturini

scene
Daniele Spanò

costumi
Margherita Baldoni

progetto sonoro
GUP Alcaro

disegno luci
Pasquale Mari

assistenti alla regia
Ugo Fiore
Marcello Manzella

assistente alla drammaturgia
Marzio Gandola

una produzione
LAC Lugano Arte e Cultura, TPE - Teatro Piemonte Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

in collaborazione con
Associazione Santacristina Centro Teatrale

di Angela Dematté e Fabrizio Sinisi

Stavamo esplorando le stesse cose senza saperlo. Succede spesso di lavorare su dei temi e accorgersi che, proprio in quel momento, anche qualcun altro si sta ponendo gli stessi interrogativi. La soluzione naturale sarebbe stata quella di dare la precedenza a chi era partito per primo. Ma la novità fu che i registi con cui stavamo lavorando decisero, sorprendentemente, di lavorare insieme. Ciò significava rimettere in gioco con fatica tutto ciò che stavamo scrivendo, ma anche poter arricchire reciprocamente le nostre scritture. La questione più complessa riguardava l’apparente impossibilità di conciliare due linguaggi, due codici, due “approcci” – insomma, c’era il problema di far dialogare due autori per tanti versi così distanti. Abbiamo deciso, aiutati da Simona Gonella e dai registi, di non sciogliere questa differenza, scegliendo invece di conservare il più possibile le nostre specificità autoriali, immaginando una drammaturgia capace di contenerle entrambe. Abbiamo creduto che, per lo spettatore, potesse essere un’esperienza feconda quella di fronteggiare una scrittura disomogenea, differenziata – “doppia” (anzi, come diremo tra poco, addirittura tripla). Abbiamo provato così a costruire una drammaturgia composta da due atti che – pur nella loro diversità – potessero vivere in un dialogo continuo, attraverso un processo creativo individuale ma anche continuamente condiviso e, quindi, collettivo. Abbiamo fatto in modo che temi, figure e interrogativi risuonassero come onde lunghe da un testo all’altro, instaurando una parentela fatta di echi, rimandi, connessioni. Le strutture si sono naturalmente compenetrate. Se la presenza dello Scienziato/Galileo era già decisa come costante in tutti i capitoli del testo, si è aggiunta in modo preponderante la figura della Madre, sapiente ma conservatrice e terrena, custode di una conoscenza arcaica e contadina. Si è aggiunta poi la figura problematica di un ragazzo rivoluzionario, vittima e carnefice dell’evoluzione tecnica. Abbiamo immaginato come trait d’union dell’intero percorso il personaggio di Angela, una giovane ricercatrice che sta svolgendo una ricerca su Galileo e sui processi culturali e filosofici innescati a partire dalla sua abiura nel 1633. Angela rappresenta il punto di vista in cui abbiamo voluto identificarci. In questo personaggio abbiamo proiettato anche le nostre fragilità e i nostri errori: il desiderio di voler capire tutto senza riuscirci, il rischio dell’approssimazione e dell’inesattezza, il senso d’inadeguatezza che inevitabilmente colpisce scrittori di formazione umanistica quando si ritrovano a fronteggiare il linguaggio scientifico.

Abbiamo voluto far precedere i nostri testi da un prologo comune, nel quale emergesse la figura storica di Galileo Galilei – il suo percorso, le sue ricerche e, soprattutto, il suo processo, lasciando quasi intatto il linguaggio seicentesco. Attraverso brani delle opere di Galileo, lettere, carteggi, atti processuali, Angela inizia la sua ricerca sul suo processo, evocandone voci e figure: ascoltiamo le parole dello scienziato e quelle dei suoi inquisitori, ma anche la voce della giovanissima figlia, suor Virginia, e del suo altrettanto giovane discepolo Benedetto Castelli. Tenevamo molto al fatto che tanto Virginia quanto Benedetto fossero sempre presenti, per suggerire l’idea che la scienza vive non solo secondo l’ordine della ricerca e della scoperta ma anche secondo quello della trasmissione del sapere; che la conoscenza si muove anche sulla scala di innumerevoli, spesso silenziosi passaggi generazionali.

Nel primo atto siamo invece nel nostro presente: Angela lavora alla sua ricerca in presenza di sua madre, la quale giudica con sguardo ironico e “terreno” le sue esplorazioni intellettuali. Il testo si fa qui autobiografico. Angela personaggio come Angela autrice intervista uno scienziato in cerca di risposte, in cerca forse di un padre che le dia un nuovo linguaggio per supportare e sopportare la complessità del momento che sta vivendo. Ma Angela porta in scena anche sua madre perché vuole capire come tenere insieme la sapienza materna e il suo bisogno di conoscere senza limiti. La scrittura di questo primo atto si nutre anche di una precedente lunga indagine documentaria (per il progetto Lingua Madre del LAC) sul rapporto dell’uomo contemporaneo con l’esperienza del lutto in assenza di un sistema religioso e rituale.

Nel secondo atto, Angela s’interroga sulla presenza sempre più pervasiva dell’apparato tecnico-scientifico nel mondo occidentale. Il punto di partenza della sua riflessione è il gesto rivoluzionario compiuto da Galileo nel puntare il cannocchiale verso le stelle. Il rigido ordine aristotelico delle stelle fisse, che immaginava la terra al centro di un universo immutabile, viene infranto per sempre. Quelle che Angela chiama in scena in questo atto sono dunque alcune voci di questa rivoluzione. C’è una giovane donna che tenta un impossibile catalogo delle stelle. C’è la delusione di un giovane studente di scienze, che a partire dalla rivoluzione scientifica iniziata da Galileo immaginava l’inizio di un mondo privo di oscurantismi, un mondo razionale che non è mai arrivato. C’è una contadina che ha assistito, nel 1604, all’apparizione nei cieli di una stella nova: un rarissimo fenomeno astronomico – l’esplosione di una supernova – su cui Galileo tenne una importante lezione a Padova. È lei a dar voce allo sbigottimento di chi, convinto di essere al centro di un universo perfettamente ordinato, dovette all’improvviso fare i conti con il pensiero di abitare un piccolo pianeta che orbita intorno al sole all’interno di un universo sterminato. C’è infine un giovane militante politico, che alla scienza moderna rivolge l’accusa di aver dato vita a un apparato tecnologico sempre più potente e oppressivo, con cui l’Occidente ha finito con l’identificarsi, affidando ad esso la propria salvezza.

di Andrea De Rosa e Carmelo Rifici

L’origine di questo lavoro è singolare: la forte esperienza vissuta a causa della pandemia aveva spinto entrambi a lavorare sul nostro rapporto con la scienza, ma eravamo del tutto ignari del fatto che stavamo svolgendo parallelamente una ricerca sullo stesso argomento. Quando scoprimmo il “curioso accidente”, la logica avrebbe voluto che uno dei due rinunciasse al progetto ma, contro ogni consuetudine, abbiamo invece deciso di provare a lavorarci insieme. Al di là di ogni risultato, ciò che ci ha spinti su questa strada, con timore ed entusiasmo, era il desiderio di mostrare, soprattutto a noi stessi, che due registi, con stili ed estetiche diverse, potessero abdicare alla loro totale autonomia, per addentrarsi in un territorio della regia nel quale l’attenzione per l’argomento fosse più forte delle istanze individuali. Il risultato, non artistico ma umano, è stato quello di disinnescare ogni tentazione di prevaricazione, a favore di un’intesa basata sul rispetto e sull’ascolto. Solo per arrivare a questo risultato, il tentativo valeva lo sforzo. Non sarebbe però servito a molto se il punto di partenza non fosse stato il medesimo: entrambi avevamo il desiderio di ragionare sull’impatto, sempre più forte, che l’apparato tecnico-scientifico esercita sulle nostre vite e sulla nostra socialità. Volevamo farlo a partire da Galileo Galilei, dagli atti del suo processo, dalla sentenza della Santa Inquisizione e dall’abiura dello scienziato, per approfondire i rapporti che, oggi più che mai, legano la scienza alla società e al potere. Che cos’è cambiato da quel lontano 22 giugno 1633? La scienza, che allora era stata costretta ad abiurare, che cosa è diventata? Dove si spingerà in futuro la sua ricerca?
Affinché tutte queste domande trovassero una “forma scenica”, abbiamo lavorato a lungo con l’ausilio di due drammaturghi e con loro abbiamo attraversato, con pazienza e dedizione, la precarietà e le incertezze che l’oggetto stesso della nostra ricerca imponeva. Abbiamo definito uno spazio scenico libero e aperto nel quale la drammaturgia delle luci, del suono e dei costumi lasciasse agli attori tutta la libertà espressiva per far vivere in scena le parole scelte dagli autori. Abbiamo scelto di mettere un pianoforte al centro della scena, l’abbiamo scelto come simbolo e trait d’union fra le tre parti che compongono lo spettacolo perché si tratta di una delle macchine più perfette e sofisticate che l’uomo abbia mai inventato, una macchina capace di generare bellezza pur essendo il suo funzionamento regolato da rigide e fredde regole meccaniche. Nella prima parte, Angela – una giovane ricercatrice che è il nostro alter ego in scena – analizza il materiale storico che documenta il processo a Galileo da parte dell’Inquisizione, insieme a frammenti del “Dialogo dei massimi sistemi” e alle lettere, bellissime e appassionate, che Virginia scriveva dal convento a suo padre; nella seconda (scritta da Angela Demattè) Angela affronta il drammatico tentativo di mettere insieme il suo desiderio di conoscenza con il suo essere figlia e madre; nella terza (scritta da Fabrizio Sinisi) la giovane ricercatrice dà infine voce alle inquietudini filosofiche e politiche rispetto ad un futuro in cui le “macchine” saranno parte sempre più integrante delle nostre vite.

Angela Dematté
Drammaturga e attrice nata in Trentino, sceglie Milano come sua residenza d’artista. Dopo una laurea in Lettere e un diploma all'Accademia dei Filodrammatici, lavora come attrice finché inizia, nel 2009, la sua attività di autrice: scrive Avevo un bel pallone rosso e vince il Premio Riccione e il Premio Golden Graal. Il lavoro è messo in scena da Carmelo Rifici con il quale inizia una profonda ricerca che produce, tra gli altri: L’officina, Chi resta, Il compromesso, Ifigenia, liberata e Macbeth, le cose nascoste. Lavora come dramaturg e autrice per i registi Andrea Chiodi, Renato Sarti, Sandro Mabellini, Valter Malosti, Benedetto Sicca, Simona Gonella. Scrive, dirige e interpreta Mad in Europe che vince il Premio Scenario 2015 e il Premio Sonia Bonacina. Nel 2019 la città di Trento le conferisce il Premio Aquila d’Oro per la cultura. Nella sua ricerca indaga le potenzialità e i limiti del linguaggio identitario, argomento su cui ha creato diverse masterclass presso Teatro Franco Parenti, Proxima Res, Karakorum teatro, Matearium teatro, ERT, Luminanze. Il suo lavoro negli ultimi anni, a partire dalla collaborazione con ISI Foundation, Joint Research Centre di Ispra e Carmelo Rifici al LAC, si concentra sul dialogo con la scienza come necessità di indagine sull’uomo futuro. La pandemia la spinge ad esplorare la contaminazione tra la scrittura teatrale e nuove forme offerte dal web. Scrive e dirige il documentario Un rito di passaggio e lavora alla redazione del progetto digitale del LAC Lingua Madre, vincitore del Premio Hystrio e del Premio Ubu. I suoi testi sono pubblicati in Italia, Francia, Svizzera, Germania ed Egitto. Lavora con importanti teatri come Piccolo Teatro di Milano, Theatre de la Manufacture di Nancy e diversi teatri stabili italiani. È madre di tre figli.


Fabrizio Sinisi
Drammaturgo, poeta e scrittore, nel 2012 debutta come autore teatrale con La grande passeggiata per la regia di Federico Tiezzi. Dal 2010 è dramaturg della Compagnia Lombardi-Tiezzi e, dal 2019, artista residente del Centro Teatrale Bresciano. Attivo anche nel teatro d’opera, nel 2017 debutta al Maggio Musicale Fiorentino con il melologo Ravel. Lavora stabilmente con i maggiori teatri nazionali, collaborando con i più importanti registi della scena italiana. Nel 2017 pubblica Tre drammi di poesia, con cui viene selezionato tra i dieci autori italiani del progetto internazionale Fabulamundi. Collabora stabilmente con il quotidiano “Domani” e il mensile “Finzioni”. I suoi lavori vengono tradotti e rappresentati anche in Austria, Croazia, Egitto, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Romania, Spagna, Svezia, Svizzera e Stati Uniti. Ottiene la menzione dell’American Playwrights Project, il Premio Testori per la Letteratura e il Premio Nazionale dei Critici di Teatro.


Simona Gonella
Regista, pedagoga, drammaturga e dramaturg, nutre uno spiccato interesse verso la nuova drammaturgia, l’adattamento dei classici, il lavoro di creazione e devising e le arti performative. Dopo il diploma in regia alla Scuola Paolo Grassi di Milano, lavora con il Teatro Settimo di Torino e il Piccolo Teatro di Milano per il quale cura numerosi progetti europei di formazione, scrittura, messa in scena ed è stata membro del Circolo dei Registi Europei dell'Unione dei Teatri d'Europa.
Dirige spettacoli al Teatro Nazionale di Timisoara, alla Royal Shakespeare Company di Stratford, al Chichester Theatre e al RADA/GBS Theatre di Londra. Collabora, tra gli altri, con Carmelo Rifici, Andrea De Rosa e la compagnia Trickster-p. In Italia firma e adatta diversi lavori di nuova drammaturgia, teatro civile e teatro per l’infanzia. Nel 2022 dirige la sua versione originale di Zio Vanja di Cechov. Dal 2007 al 2011 è direttore artistico del Oda Teatro - Cerchio di gesso di Foggia.
Svolge attività di docente e formatore per attori, registi e drammaturghi. Traduce testi di Martin Crimp e Alan Bennett; Dino Audino Editore ha recentemente pubblicato una sua Introduzione alla regia teatrale.


Andrea De Rosa
Regista teatrale di prosa e opera lirica, dal 2008 al 2011 è direttore del Teatro Stabile di Napoli, mentre dal 2021 è direttore del TPE Teatro Astra (Fondazione Teatro Piemonte Europa – Teatro di Rilevante Interesse Culturale). Nelle sue produzioni in prosa mostra fin dall’inizio un grande interesse per i personaggi tragici mettendo in scena titoli come Le Troiane e Le Baccanti di Euripide, Il decimo anno da Euripide ed Eschilo, Elettra di Hugo von Hofmannsthal, Maria Stuart di Friedrich Schiller, Molly Sweeney di Brian Friel, La Tempesta e Macbeth di William Shakespeare, Manfred di Lord Byron (con le musiche di Schumann dirette da Gianandrea Noseda), Fedra di Seneca. A questi titoli affianca un lavoro caratterizzato da un più spiccato senso di ricerca teatrale/filosofica, mettendo in scena Encomio di Elena da Gorgia da Lentini, Tutto ciò che è grande è nella Tempesta (su Martin Heidegger), Studio sul Simposio di Platone, fino ai più recenti Autobiografia erotica di Domenico Starnone, Giulio Cesare (uccidere il tiranno) di Fabrizio Sinisi da Shakespeare, E pecchè, e pecchè e pecchè? Pulcinella in purgatorio di Linda Dalisi, Satyricon di Francesco Piccolo ispirato a Petronio, Nella solitudine dei campi di cotone di Bernard-Marie Koltès. Il suo ultimo spettacolo è Solaris di David Grieg dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem.
Dopo il debutto con Idomeneo di Mozart, nell’opera spazia dal Novecento (con opere di Britten, Maderna, Schoenberg, Hindemith, Azio Corghi) al melodramma ottocentesco (con numerosi titoli di Verdi, Bellini, Donizetti), fino al primo Novecento di Puccini e Granados. Le sue produzioni vengono rappresentate nei maggiori teatri italiani e internazionali, tra cui il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Regio di Torino, La Fenice di Venezia, il Teatro di San Carlo di Napoli, il Teatro Real di Madrid, il Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, il Municipal di Sao Paolo, il Sao Carlos di Lisbona, la Royal Opera di Copenaghen, il Festival di Pentecoste di Salisburgo, collaborando con i maggiori direttori d’orchestra tra i quali Riccardo Muti, Myung Wung Chung e Valery Gergiev.
Con Fedra vince nel 2015 il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro (ANCT) per il miglior spettacolo dell’anno; nel 2021 riceve il Premio Hystrio alla regia.


Carmelo Rifici
Dopo la laurea in Lettere, si diploma alla Scuola dello Stabile di Torino ed è regista collaboratore di Luca Ronconi in Progetto Domani, evento teatrale dei Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006. Affianca Ronconi nelle regie di Fahrenheit 451, Ulisse doppio ritorno, Turandot, Il mercante di Venezia. Come regista firma decine di lavori. Napoli Teatro Festival gli commissiona la regia di Chie-Chan e io, dal romanzo di Banana Yoshimoto (2008). Per il Piccolo Teatro di Milano firma le regie de I pretendenti di Jean-Luc Lagarce, Il gatto con gli stivali di Ludwig Tieck (2009) e Nathan il saggio di Ephraim Lessing (2011). Nel 2010 mette in scena Dettagli di Lars Norén al Piccolo e Fedra di Euripide a Siracusa. Dirige Buio di Sonia Antinori per Teatro Due Parma, Medea di Luigi Cherubini per il Ponchielli di Cremona, I puritani di Vincenzo Bellini per il Circuito Lirico Lombardo, Giulio Cesare di William Shakespeare e Visita al padre di Roland Schimmelpfennig per il Piccolo di Milano. Dal 2014 è direttore artistico di LuganoInScena dove dirige Gabbiano di Anton Cechov, Ifigenia, liberata di Rifici-Dematté, Purgatorio di Ariel Dorfman, l’opera Il barbiere di Siviglia, Avevo un bel pallone rosso di Angela Dematté, I Cenci su musica e libretto di Giorgio Battistelli – che nel 2020 è nel cartellone di Biennale Musica di Venezia e del Festival Aperto di Reggio Emilia –, Macbeth, le cose nascoste di Rifici-Dematté, Le relazioni pericolose, scritto a quattro mani con Livia Rossi, e l’opera La traviata. Nel 2019 firma la regia di Gianni Schicchi di Puccini e de L’heure espagnole di Ravel al Teatro Grande di Brescia. Nel 2020 diventa direttore artistico di LAC Lugano Arte e Cultura, centro culturale della Città di Lugano. Dal 2015 dirige la Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano. Nel 2005 vince il Premio della Critica come regista emergente, nel 2009 il Premio Eti Olimpici del Teatro come regista dell’anno, il Premio della Critica, il Golden Graal ed è nelle nomination per i Premi Ubu come regista dell’anno. Nel 2015 vince il Premio Enriquez per la stagione teatrale di LuganoInScena, nel 2017 lo vince nuovamente per la regia di Ifigenia, liberata. Nel 2019 vince il Premio I nr. Uno conferitogli dalla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera (CCIS) per il suo lavoro al LAC. Nel luglio 2021 viene insignito del titolo di Maestro dal Premio Radicondoli per il teatro. Nell’autunno dello stesso anno riceve il Premio Hystrio Digital Stage e il Premio speciale Ubu per il progetto digitale Lingua Madre. Capsule per il futuro, ideato insieme a Paola Tripoli.


Luca Lazzareschi
Si diploma negli anni ottanta alla Bottega Teatrale di Firenze dove studia con maestri del calibro di Orazio Costa Giovangigli, Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi. Affronta un vasto repertorio di autori, alternando opere classiche e contemporanee, italiane e straniere, partecipando, ad oggi, ad oltre settanta spettacoli prodotti dai maggiori teatri pubblici e privati italiani e collaborando con i più importanti registi italiani. È diretto, tra gli altri, da Vittorio Gassman, Luca Ronconi, Marco Tullio Giordana, Roberto Andò, Andrea De Rosa, Carmelo Rifici, Gabriele Lavia, Pietro Carriglio, Giuseppe Patroni Griffi, Mario Missiroli, Gianfranco De Bosio, Glauco Mauri, Piero Maccarinelli, Memè Perlini, Walter Pagliaro, Werner Schroeter, Saverio Marconi, Guido De Monticelli, Mauro Avogadro, Massimo Luconi, Cesare Lievi, Luca De Fusco, Leo Muscato, Antonio Calenda, Marco Sciaccaluga, Lorenzo Salveti, Franco Però, Daniele Salvo, Lukas Hemleb, Andrée Ruth Shammah e Pascal Rambert.
Tra i tanti ruoli interpretati spiccano Amleto, Macbeth, Antonio in Antonio e Cleopatra di Shakespeare, Alexander Herzen nella trilogia La sponda dell’utopia di Tom Stoppard, Oreste nell’Orestea di Euripide, Guglielmo da Baskerville nella riduzione teatrale de Il nome della rosa, il Maestro ne I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori, Prometeo nell’omonima tragedia di Eschilo.
Per il Teatro Romano di Verona cura la regia dello spettacolo Moby Dick di e con Franco Branciaroli.
Partecipa a numerose fiction televisive e film, lavorando tra gli altri con Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Charles Sturridge e Rachid Benhadj.
Tre volte candidato finalista ai Premi Ubu e tre ai Premi Le Maschere del Teatro italiano, riceve il Premio Randone nel 1999, il Premio della Critica Teatrale nel 2002, l’Eschilo d’Oro nel 2008 per l’insieme delle sue partecipazioni ai cicli degli spettacoli classici del Teatro Greco di Siracusa, il Premio Domenico Danzuso nel 2014, il Premio Veretium nel 2012, il Premio Franco Enriquez nel 2018. Dal 2011 al 2015 è direttore artistico del Festival della Versiliana.


Milvia Marigliano
Nata a Milano ma di origine napoletana, si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano con medaglia d’oro. È diretta dai più noti registi italiani e prodotta dai più prestigiosi teatri, affrontando un vasto repertorio di autori che spaziano dal teatro comico a quello drammatico e occupandosi sia dei grandi classici sia di drammaturgia contemporanea. Tra gli altri, lavora con Valerio Binasco, Arturo Cirillo, Andrea De Rosa, Lamberto Puggelli, Roberto Guicciardini, Silvano Piccardi, Dario Fo, Piero Maccarinelli, Mauro Avogadro, Andrée Ruth Shammah, Giorgio Gallione, Enzo Moscato, Massimo Navone, Gabriele Vacis, Cristina Pezzoli, Robert Carsen, Carlo Cerciello e Peppino Mazzotta.
Da sottolineare alcune importanti esperienze di spettacoli recitati in “lingua”, passando dal napoletano (antico e moderno) al milanese, dal veneto al bergamasco.
Nel 2011 è candidata al Premio Le Maschere del Teatro italiano per la sua interpretazione in Romeo e Giulietta con la regia di Valerio Binasco, spettacolo per cui vince nel 2013 il Premio Giovani di Roma. Nel 2015 riceve il Premio dell’Associazione Nazionale dei Critici del Teatro per Lo zoo di vetro e Chi ha paura di Virginia Woolf? diretta da Arturo Cirillo. È candidata al Premio Le Maschere del Teatro italiano per due anni consecutivi: nel 2016 per Ombretta Calco di Sergio Pierattini con la regia di Peppino Mazzotta e nel 2017 per la sua interpretazione in Lunga giornata verso la notte diretta da Arturo Cirillo. Nel 2019 è candidata al Premio Ubu per Lo Psicopompo di Dario De Luca.
Partecipa a serie televisive e film: Paolo Sorrentino la dirige in The Young Pope e in Loro 2; interpreta la madre di Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle di Alessio Cremonini. Prende parte al film L’ospite, diretta da Duccio Chiarini, alla serie Netflix Luna Park, diretta da Leonardo D’Agostini e Anna Negri, e al cortometraggio L’ultimo dell’anno, diretta da Fabrizio Provinciali.


Catherine Bertoni de Laet
Classe 1994, intraprende, a seguito del diploma classico, un percorso universitario di indirizzo scientifico in Belgio. Rientrata in Italia, inizia una formazione artistica a Roma, dove lavora con Fabiana Iacozzilli, Francesco Zecca, Lorenzo Gioielli e Francesco Sala, per poi diplomarsi alla Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano dove incontra Antonio Latella, Romeo Castellucci, Mauro Avogadro e Serena Sinigaglia. Come interprete partecipa all’allestimento di Doppio sogno di Riccardo Favaro dall’omonimo romanzo di Arthur Schnitzler, diretta da Carmelo Rifici, con cui collabora anche al progetto digitale Ci guardano - prontuario di un innocente. Come assistente alla regia lavora con Filippo Ferraresi nel suo debutto al Piccolo di Milano con de Infinito Universo e ne La traviata diretta da Markus Poschner con la regia di Carmelo Rifici. Debutta alla regia con Bogdaproste - che dio perdoni le tue morti, scritto a quattro mani con Francesco Maruccia e presentato al FIT Festival 2022.


Giovanni Drago
Genovese, classe 1998, si diploma alla Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano diretta da Carmelo Rifici. Nel suo percorso accademico ha modo di studiare con alcuni dei principali artisti della scena italiana, tra cui lo stesso Rifici, Mauro Avogadro e Antonio Latella. Come interprete partecipa all’allestimento di Doppio sogno di Riccardo Favaro dall’omonimo romanzo di Arthur Schnitzler, diretto da Carmelo Rifici al Piccolo Teatro di Milano. Nel 2022 è Oreste nell'omonima tragedia di Euripide, diretto da Valerio Binasco in una produzione del Teatro Stabile di Torino.


Roberta Ricciardi
Romana, classe 1997, si diploma alla Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano diretta da Carmelo Rifici. Nel suo percorso formativo incontra Chiara Bersani, Fausto Paravidino, Paolo Rossi, Serena Sinigaglia, Mario Perrotta, Massimo Popolizio, Marta Ciappina, Lisa Ferlazzo Natoli, Antonio Latella, Alessio Maria Romano, Fabio Condemi. Prende parte a Ci guardano - prontuario di un innocente di Carmelo Rifici nel ruolo di Emily Dickinson, Happiness di Alessandro Sciarroni, Choròs - Il luogo dove si danza di Alessio Maria Romano e Doppio sogno di Carmelo Rifici.


Isacco Venturini
Frequenta la Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, diplomandosi nel 2015. Da allora collabora con Alessio Maria Romano (Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2020), lavorando in Dispersi (2016), Choròs (2018), Il Maleficio (2019) e Bye Bye, produzione LAC che debutta alla Biennale Teatro 2020. È diretto da Andrea De Rosa in Giulio Cesare. Uccidere il tiranno (2017) e in E pecché? E pecché? E pecché? Pulcinella in purgatorio (2019), dove è interprete e curatore dei movimenti scenici. Antonio Latella lo dirige in Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia (2016, Premio Ubu Nuovo attore/attrice under 35 a tutto il cast) e ne L’isola dei pappagalli con Bonaventura prigioniero degli antropofagi (2019). È diretto da Leonardo Lidi in 95. Studio su Lutero (2018) e da Silvio Peroni ne Il mago di Oz (2020). È assistente alla regia di Leonardo Lidi in Spettri (2018) ed assistente alle coreografie di Alessio Maria Romano nell’opera Fernando Cortez (2019). È coreografo e performer in Calma Musa Immortale di Fausto Cabra.

De Rosa e Rifici introducono lo spettacolo
Estratto della conferenza stampa

Pensato e promosso da LAC edu, progetto del settore di mediazione culturale del LAC, La luce dell’ombra è un focus trasversale, un percorso declinato tra prosa, musica, danza, letture, arti visive, incontri, filmati, conferenze e laboratori, che sviluppa un affondo nel rapporto tra arti sceniche e scienza, tra teatro e politica.
Tredici appuntamenti ci invitano a guardare dove non si vede, a cercare la luce nei risvolti più nascosti, facendoci ispirare da qualcosa o qualcuno che ce la sveli.