Evento passato

27 febbraio 2023

Sala Teatro

20:30

28 febbraio 2023

Sala Teatro

20:30

01 marzo 2023

Sala Teatro

20:30

Il giovane fiorentino Giovanni Ortoleva, menzione speciale nel concorso “Registi under 30” della Biennale di Venezia 2018, firma adattamento e regia de La dodicesima notte (o quello che volete), considerata da molti critici la migliore commedia di Shakespeare. Composta intorno al 1600, è l’ultima commedia giocosa del Bardo prima della stagione delle grandi tragedie e delle commedie nere. 

Sulle coste dell’Illiria, l’amore si diffonde a ritmo endemico. Il duca Orsino è innamorato di Olivia, ricca contessa che si nega alla sua vista per onorare il ricordo del fratello scomparso. Quando nel paese arriva Viola, una giovane reduce da un naufragio che prende servizio dal duca travestendosi da uomo col nome di Cesario, la ragazza si innamora perdutamente di Orsino e fa innamorare di sé la contessa Olivia, creando un triangolo irrisolvibile. Nel frattempo, presso la corte di Olivia, il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cortigiani – il fool Feste, la cameriera Maria, Sir Tobia e Sir Andrea (amico di Sir Tobia e pretendente di Olivia) –, i quali gli fanno credere di essere amato dalla padrona. A complicare ulteriormente la situazione arriverà in Illiria anche il gemello creduto morto di Viola, Sebastiano; dopo una lunga serie di fraintendimenti e imprevisti, la storia troverà finalmente il suo “lieto” fine.

Una commedia sorprendente, amara ma lieve, surreale ma terrena, profondamente malinconica e irresistibilmente divertente.

di
William Shakespeare

traduzione
Federico Bellini

adattamento e regia
Giovanni Ortoleva

con (in ordine alfabetico)
Giuseppe Aceto
Alessandro Bandini
Michelangelo Dalisi
Giovanni Drago
Anna Manella
Alberto Marcello
Francesca Osso
Edoardo Sorgente
Aurora Spreafico

scene
Paolo Di Benedetto 

costumi
Margherita Baldoni 

luci
Fabio Bozzetta 

progetto sonoro
Franco Visioli 

assistente alla regia
Alice Sinigaglia

assistente scenografo
Andrea Colombo

direttore di scena e capo macchinista
Stefano Orsini

capo elettricista e datore luci
Fabio Bozzetta

fonico
Nicola Sannino

sarta realizzatrice e di scena
Margherita Platé

scene realizzate da
Allestimenti Arianese srl

produzione
LAC Lugano Arte e Cultura

in coproduzione con
Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, Centro D'arte Contemporanea Teatro Carcano, Arca Azzurra

La dodicesima notte è senza dubbio uno strano oggetto. Scritta subito dopo Amleto (di cui mantiene in modo evidente alcuni motivi) è totalmente dominata dall’amore: non si parla d’altro in Illiria, e di altro non si vuol sentir parlare (né cantare), né nelle case dei nobili né nelle bettole degli ubriachi. Eppure questi discorsi sono deliranti, bizzarri, violenti; le frequenti dichiarazioni deviano spesso dall’amato per tornare alla celebrazione di sé; alla passione si associano frequentemente i termini della malattia, del martirio, della tortura; le canzoni hanno testi malinconici, spesso e volentieri mortiferi… Tutto questo fa pensare che La dodicesima notte non sia una commedia d’amore, come spesso viene detto, ma una commedia sull’amore, sull’ossessione per l’amore che diventa ideologia e quindi malattia della mente. Ogni personaggio è completamente assorbito dalla propria lovesickness: Orsino dalla propria passione virile, continua affermazione della propria potenza; Olivia dalla volontà di possesso e affermazione di rango; Malvolio dal self-love, amore di sé e volontà di realizzazione… Solo Viola sembra essere estranea a questo virus, e non è un caso che sia una straniera in Illiria, terra che rimanda in modo chiaro a illness (malattia) ed illusion (illusione). La terra dell’illusione, della malattia d’amore: the desperate kingdom of love.

L’Illiria però non è solo un sogno romantico. Sotto la coltre dei discorsi d’amore si nasconde una società classista, divisa in caste cui i personaggi fanno rapidi ma significativi accenni; come a qualcosa di cui non sta bene parlare, ma che determina i loro pensieri più dei concetti di spazio e tempo. Tanto che nella sua solitudine il cameriere Malvolio, vero protagonista tragico del testo, non sogna di unirsi fisicamente alla contessa Olivia, ma di essere conte; ciò che di osceno c’è nella sua fantasia non è quindi la conquista erotica, ma la scalata sociale, che un sistema di caste non può tollerare, e dunque punisce. L’amore, l’ideologia romantica, non sono che fumo negli occhi con cui difendere le divisioni di una società classista, in cui è più facile cambiare sesso che classe di appartenenza. Pochi anni prima di portare sulle scene La dodicesima notte, Shakespeare faceva dire ad Amleto che “il teatro deve reggere lo specchio alla natura”, ed io non credo che ci sia in questo momento storico un testo più capace di farlo.

Seguendo la natura doppia del testo, ho messo in questione la natura di ogni scena, mai chiaramente schierata tra dramma e commedia, sempre travestita da qualcosa che non è come tutto in questo testo, arrivando a scoprire che vive tutto in una terra di confine, contaminazione; e che le sue scene sono di una natura impossibile da definire, ma proprio per questo specialmente preziose. Ho scelto di togliere la magia e di mostrare le illusioni dell’Illiria, facendo interpretare i due gemelli Viola e Sebastiano allo stesso attore, utilizzando una traduzione radicale ma più fedele di quelle cui siamo abituati e una scenografia forte ma essenziale, e soprattutto lavorando con un gruppo di interpreti capaci di incarnare il testo. E infine ho annegato tutto nella musica, cantata e suonata da vivo dal fool Feste, che sicuramente più delle parole “facili da ribaltare come un guanto di capretto” può avvicinarci alla comprensione di questo mondo.

La parola come travestimento

Credo che provare a tradurre La dodicesima notte non possa prescindere dall’abbandonarsi a questo testo anomalo, quasi onirico, dove i protagonisti emergono dall’acqua, si ritrovano in un Illiria della mente più che nel territorio balcanico a cui oggi corrisponde, si palesano improvvisamente in una strada o si manifestano quasi come apparizioni più che come veri e propri personaggi. Intendo abbandonarsi nel senso di provare a prendere idealmente parte a questo strano rito, dove ogni figura porta con sé una mancanza, o è davvero, per dirla con Carmelo Bene, “ciò che gli manca”. Per questo, probabilmente, ha grande importanza il travestimento, l’essere altro da sé : il clown Feste diventa il curato Topazio, Viola, diventando Cesario, finisce per diventare in pratica il suo stesso gemello. Ma qual è il motivo di queste continue metamorfosi? Forse tutto è racchiuso in quella dodicesima notte epifanica in cui il Bardo cala i suoi personaggi, in quel termine che egli stesso ci suggerisce fin dalla prima battuta: musica. Si parlerà di “musica”, si vivrà di musica, con ciò intendendo che le stesse parole dovranno fungere da ideale spartito per lo sviluppo della trama e scandire il ritmo emotivo dei protagonisti. E musica, naturalmente, non possono che essere le parole stesse del Bardo. Da un certo punto di vista, mi pare, La dodicesima notte è sì un gioco divertente e molto serio sull’identità, ma anche una riflessione sullo statuto di verità e menzogna che ogni parola porta con sé. Non a caso Feste, il fool, si definisce “corruttore di parole”, in un mondo in cui le parole, fondendosi e confondendosi, diventano quasi gratuite, inutili, come se avessero perso l’area di significato a cui si riferiscono.
L’atto di recitare una parte è, naturalmente, l’altra caratteristica dominante del testo, diretta conseguenza del non essere mai ciò che realmente si vorrebbe o dovrebbe essere. Così il gioco meta-teatrale pervade tutto il testo, e viene esplicitato da Viola/Cesario di fronte a Olivia: “io non sono ciò che recito” (cfr. “I am not that I play”, I, V, 189); in questa versione si è cercato di amplificare gli innumerevoli rimandi alla pratica scenica, al punto da caratterizzare il ritrovamento della lettera da parte di Malvolio come un’autentica performance comica. Come sempre, la musica del Bardo contiene ogni registro, può essere melodia ma anche dissonanza, alta e solenne come triviale; per questo non ho omesso anche le parti in cui essa suona, appunto, scoordinata, apparentemente improvvisata o addirittura volgare. Credo che tale operazione possa inserirsi nel tentativo di dotare ogni personaggio di una lingua propria, come avviene nel testo originale. Così Maria, Sir Toby, Sir Andrew, annegata dai fumi di quell’alcool dal quale si separano con una certa ritrosia, come ho cercato anche di mantenere alcune sgrammaticature presenti nel linguaggio di Sir Andrew. È fondamentale, in questo caso, lo status sociale a cui i personaggi appartengono, che dà loro sfumature del tutto particolari. Viola e Sebastian sono gemelli di alto lignaggio, sanno e possono parlare a più livelli, e, nel caso di Viola diventato Cesario, è la parola stessa che ne connota il travestimento. Così non sorprende come i due gemelli possano utilizzare, quando necessario, una lingua “alta”, così come può farlo Antonio, pur eccedendo in virtuosismi letterari che lo rendono fuoriluogo. Abbastanza simile è il caso di Orsino, che, nonostante una buona padronanza della lingua, a volte prova ad utilizzare periodi poetici che non gli appartengono, e che, a ben guardare, sono quasi territorio esclusivo dei gemelli. Lo status sociale ed economico è molto, ma non tutto, sembra però dirci il Bardo. È forse questo che intrappola Malvolio, azzardo, che delle frequentazioni di alto grado ha preso l’affettazione della lingua e delle pose, ma resterà confinato, in fondo, al grado sociale in cui è fin dall’inizio, che è forse la vera dannazione della burla.
Rispetto alla questione delle differenze sociali mi pare interessante come Shakespeare sembri attribuire le parti in versi ai personaggi di più altro grado, mentre confina nella prosa gli altri: ancora una volta le parole e la struttura del discorso sono il fondamento di questa notte di sogno, dove grande rilievo hanno anche i giochi con le parole stesse, i cosiddetti puns. Ho provato a tradurre questi ultimi con una certa libertà semantica, essendo alcuni, nei fatti, praticamente intraducibili; sono però parte fondante del linguaggio del fool, che qui è stato tradotto con “idiota”; la ragione è proprio nella natura dei giochi di parole che il fool stesso inscena, dove più che alla follia o alla pazzia si fa riferimento all’idiozia del mondo che lo circonda, che Feste stigmatizza fino al ridicolo. Così alcuni nomi di personaggi sono stati tradotti dall’inglese nel corrispettivo italiano, in quanto già identificativi della figura di riferimento; il caso più emblematico è, credo, Andrea Guancia-pallida (Aguecheeck). Anche i puns, naturalmente, fanno parte di quel gioco della lingua che tende a scivolare dal significato per farsi puro significante musicale; insieme a Giovanni Ortoleva, che molto ha lavorato con me sulla dicibilità del testo e quindi sullo “spartito” da dire, abbiamo cercato di restituire almeno parte di questa sostanza testuale fatta di note a volte in rima, come spesso accade in Shakespeare, dove l’uso di questa figura retorica segnala quasi sempre il dovere di una riflessione sullo statuto di verità di un’affermazione. Il tutto nell’ottica di provare ad addentrarci in questa ipotetica notte dove tutto sembra possibile, perché tutto sembra piuttosto che è, nel travestimento infinito che solo la parola può indossare.

Nasce a Firenze nel 1991. Dopo aver conseguito una laurea in Psicologia cognitiva all’Università di Trento, si diploma in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano nel 2017. L’anno successivo riceve la menzione speciale dalla Biennale di Venezia all’interno del concorso “Registi under 30”, ed è invitato due volte a presentarvi i suoi lavori. Nel 2019 vi debutta con Saul da André Gide, scritto insieme a Riccardo Favaro, e nel 2020 con I rifiuti, la città e la morte di R. W. Fassbinder, prodotti dal Teatro della Tosse di Genova. Nel 2021 firma la regia de La tragica storia del dottor Faust, liberamente tratto da Christopher Marlowe; con questo spettacolo, prodotto dal Teatro della Tosse, chiude la propria trilogia sui personaggi che si sono ribellati a Dio, iniziata con Saul. Nello stesso anno debutta al cinema come autore e regista: il suo cortometraggio Autoritratto con arma viene selezionato dal Torino Film Festival e riceve il Premio Ermanno Olmi. Nel 2022 inizia un nuovo percorso teatrale sull’amore romantico, volto a metterne in discussione e ribaltarne la visione canonica, con Lancillotto e Ginevra, scritto insieme a Riccardo Favaro e prodotto dal Teatro Metastasio di Prato. È regista residente al Teatro della Tosse per il triennio 2021-2024. Del suo lavoro il New York Times ha scritto che “dimostra una promessa e un’immaginazione degni di nota”.

Intervista a Giovanni Ortoleva

Prove di regia in Sala Teatro

La dodicesima notte a Turné, RSI LA1

Giovanni Ortoleva parla di Shakespeare su RSI Rete Due

Prove di regia in Teatrostudio

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