Dopo essersi confrontato con l’elogio del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Thomas Ligotti e i deserti geografici e metafisici di Roberto Bolaño, Fabio Condemi prosegue la sua indagine sul male e sul rapporto tra rappresentazione e creazione artistica portando in scena Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson.
Nato da un incubo che Stevenson si affrettò a trascrivere febbrilmente, la storia di Jekyll e Hyde è fatta (e scritta) con la stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi, lasciando nel lettore un senso di inquietudine misto a esaltazione.
L’ossessione per gli esperimenti e l’ambiguo potere della scienza, gli sdoppiamenti della personalità e i rischi della repressione fanno di questo romanzo, pubblicato nel 1886, una riflessione sulla natura umana capace di sedurre ancora oggi.
La struttura del testo è quella frammentaria tipica dell’indagine: come il notaio Utterson – vero protagonista della vicenda – anche il lettore segue le tracce del signor Hyde, del male che si nasconde in piena vista nelle città, nei rapporti umani, nelle istituzioni, senza mai riuscire ad afferrarlo del tutto, in un inquietante gioco di nascondino (hide and seek in inglese).