mercoledì 28 maggio

Teatro Foce
25.- CHF

Scritto e interpretato da Tindaro Granata, Vorrei una voce è uno spettacolo in forma di monologo che fonda la sua drammaturgia dall'incontro dell'attore e autore siciliano con le detenute di alta sicurezza del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina che, attraverso alcune canzoni di Mina, raccontano il proprio mondo.

Fortemente ispirato dal lungo percorso teatrale che Granata ha realizzato al teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina con la sezione femminile di alta sicurezza, Vorrei una voce nasce grazie al progetto Il Teatro per Sognare, ideato e organizzato da Daniela Ursino, direttore artistico del teatro nel penitenziario.  
Le canzoni di Mina, che Granata interpreta in playback, diventano la materia dei sogni, appartengono alla memoria collettiva di tutti noi e si sono rivelate essere materiale ideale per lavorare con persone non professioniste. 
Il fulcro della drammaturgia è il sogno: perdere la capacità di sognare significa far morire una parte di sé. Vorrei una voce è dedicato a coloro i quali hanno perso la capacità di farlo. 
Granata dona corpo e voce ad un progetto drammaturgico totalmente inedito, che racconta quello che lo stesso suo autore e protagonista ha definito essere ‘un incontro di anime avvenuto in un luogo molto particolare’.

di e con
Tindaro Granata

con le canzoni di
Mina

ispirato dall’incontro con
le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino

disegno luci
Luigi Biondi

costumi
Aurora Damanti

regista assistente
Alessandro Bandini 

amministratrice di compagnia e distribuzione 
Paola Binetti 

tecnica di compagnia 
Roberta Faiolo

produzione
LAC Lugano Arte e Cultura

in collaborazione con
Proxima Res

Ero un giovane uomo, lavoravo, avevo una casa, una macchina e soprattutto persone che mi amavano, ma avevo smesso di provare gioia per quello che facevo, non credevo più in me stesso e in niente. Non so come sia successo. Un giorno mi sono svegliato e non mi sono sentito più felice, né di fare il mio lavoro né di progettare qualsiasi altra cosa. Quando mi arrivò la telefonata di Daniela Ursino, direttore artistico del teatro da lei creato all’interno della Casa Circondariale di Messina, con la proposta di fare un progetto teatrale con le detenute <per farle rivivere, sognare ritrovando una femminilità perduta>, capii, dopo averle incontrate, che erano come me, o forse io ero come loro: non sognavamo più.
Guardandole mi sono sentito recluso, da me stesso, imbruttito da me stesso, impoverito da me stesso. Avevo dissipato, inconsapevolmente, quel bene prezioso che dovrebbe possedere ogni essere umano: la libertà.
A quel punto mi sono trovato catapultato, in un teatro vero, in un luogo molto particolare, con delle ragazze come me, proposi di fare quello che facevo da ragazzo quando ascoltavo le canzoni di Mina: interpretavo le mie storie fantastiche con la sua voce.
Con le detenute abbiamo messo in scena l’ultimo concerto live di Mina, tenutosi alla Bussola il 23 agosto 1978. L’idea era quella di entrare nei propri ricordi, in un proprio spazio, dove tutto sarebbe stato possibile. Passando prima, però, da qualcosa di molto profondo, per recuperare una femminilità annullata, la libertà di espressione della propria anima e del proprio corpo, in un luogo che, per forza di cose, tende quotidianamente ad annullare tutto questo.
Ognuna di loro aveva a disposizione due canzoni di Mina e, attraverso il canto in playback, doveva trasmettere la forza e la potenza della propria storia per liberarsi da pensieri, angosce, fallimenti di una vita.
Mi sono trovato, con loro, a cercare il senso di tutto quello che avevo fatto fino ad allora.
Non voglio e non posso portare in scena le mie ragazze del Piccolo Shakespeare di Messina, perché quello che abbiamo fatto dentro quel luogo di libertà che sta dentro un carcere è giusto che rimanga con loro e per loro.
In Vorrei una voce in scena ci sarò solo io, delle ragazze mi porterò i loro occhi, i loro gesti, gli abbracci lunghi e forti, le loro lacrime e i sorrisi. Grazie a loro racconterò storie di persone che dalla vita vogliono un riscatto importante: vogliono l’amore. Non l’amore idealizzato e romantico, ma l’amore per la vita, quella spinta forte, irruente, a volte violenta e apparentemente insensata che ti permette di riuscire a sopportare tutto, a fare tutto affinché si possa realizzare un sogno.
Entrerò e uscirò da ogni storia grazie alle canzoni di Mina cantate in playback, come a creare un concerto immaginario fatto di anime diverse, tutte con un’unica voce, quella di Mina. Così come facevo quando ero poco più che un bambino ed ero libero di immaginarmi il futuro e non avevo paura.

Nato a Tindari, nel 2002 intraprende il suo percorso teatrale con Massimo Ranieri. Dal 2007 inizia un felice sodalizio con Carmelo Rifici, lavorando per le produzioni più importanti del sistema teatrale italiano e svizzero. In veste di drammaturgo, regista e attore esordisce nel 2011 con Antropolaroid, spettacolo sulla storia della sua terra in cui interpreta tutti i personaggi del racconto e per il quale riceve diversi premi, tra cui il Premio ANCT Associazione Nazionale dei Critici di Teatro come miglior spettacolo d’innovazione. Nel 2013 mette in scena Invidiatemi come io ho invidiato voi, storia di un caso di abuso sessuale su minori ispirato a un fatto di cronaca, per il quale riceve il Premio Mariangela Melato come miglior attore emergente e altri premi tra cui il Premio Enriquez “Drammaturgia per l’impegno civile” e il Premio Internazionale “Orgoglio Siciliano nel mondo”. Nel 2016 debutta con Geppetto e Geppetto, lavoro con cui affronta – all’indomani dell’approvazione della legge Cirinnà – il tema della “stepchild adoption” che gli vale il Premio Ubu come miglior novità o progetto drammaturgico, il Premio Hystrio Twister 2017 come miglior spettacolo dell’anno e altri riconoscimenti. È diretto da diversi registi, tra cui Serena Sinigaglia, Andrea Chiodi, Leonardo Lidi. Scrive Dedalo e Icaro, in cui affronta il tema dell’autismo, e Farsi Silenzio, pellegrinaggio laico alla ricerca del sacro. È direttore artistico di Proxima Res, di Situazione Drammatica, format di Hystrio Festival e RomaEuropa Festival, e di Tindari Festival presso il Teatro Greco di Tindari. Scrive per la rivista online Rewriters. Nel 2023 vince nuovamente il Premio ANCT per il suo percorso artistico di attore e drammaturgo e in qualità di operatore culturale.

 

Tindaro Granata, da dove nasce questo lavoro? 

Vorrei una voce nasce da un incontro speciale che ho fatto all’interno della Casa Circondariale di Messina, nella sezione femminile. 
Stavo vivendo un periodo molto particolare della mia vita e, quando mi sono trovato lì e ho dovuto scegliere su cosa lavorare, non avendo desiderio di fare altro se non trovare una pace interiore che in quel momento non avevo, ho proposto a una decina di ragazze di mettere in scena l’ultimo concerto live di Mina, svoltosi il 23 agosto 1978 presso lo storico locale notturno toscano La Bussola. 
Questo lavoro nasce dall’esigenza di voler raccontare, attraverso le canzoni di Mina, un incontro di anime avvenuto in un luogo molto particolare.


 

Come hanno reagito le detenute-attrici a questo progetto teatrale?

Da una parte erano divertite e incuriosite, dall’altra – soprattutto all’inizio – erano sgomente e terrorizzate in quanto temevano di dover cantare le canzoni di Mina con la propria voce, pur non sapendolo fare. Dopo aver spiegato loro che dovevano cantare in playback, si sono molto rasserenate. Tuttavia, quando abbiamo cominciato a lavorare, sono emerse delle difficoltà poiché cantare in playback è tutt’altro che semplice, ci sono molte resistenze e bisogna superare la vergogna per riuscire a trovare la naturalezza nel gestire una voce che non è la propria.  


 

Perché proprio le canzoni di Mina e per quale motivo la scelta del playback?

Mina per me è sempre stata un punto di riferimento, fin da quando ero ragazzino: attraverso le sue canzoni, ho analizzato, raccontato, pianto; mi sono disperato per i miei tormenti d’amore e, in generale, della vita. Ho realizzato che, ogni volta che facevo i conti con me stesso, li facevo sempre con una colonna sonora di sottofondo, e questa era la voce di Mina. 
Volevo poi trovare con le ragazze una modalità di racconto che non prevedesse l’uso della parola: non volevo farle mimare perché non è nella mia natura, nel mio lavoro; ho quindi pensato al playback in quanto ti restituisce qualcosa di importante, ti dà cioè la possibilità di interpretare le sensazioni che hai nei confronti di una determinata canzone. Ovviamente, le più grandi canzoni sono universali, toccano tutti, quindi mi sembrava una cosa naturale poter lavorare con loro in questo modo.


 

Come ti sei preparato – a livello pratico e psicologico – ad affrontare questo progetto all’interno della sezione femminile di alta sicurezza della Casa Circondariale di Messina? Quanto è durato?  

La prima volta che sono entrato nella Casa Circondariale di Messina era il 2019, grazie all’associazione D’aRteventi di Daniela Ursino che dirige un teatro all’interno della struttura; ho continuato a lavorare con le ragazze fino all’inizio dell’estate 2023. Tutto questo è durato quindi quattro anni, quattro anni di emozioni.
Quando ho iniziato il progetto non sapevo esattamente a cosa stessi andando incontro, quindi no, non mi sono preparato né a livello pratico né psicologico. Ogni cosa ha preso forma nel tempo, ogni momento passato con le ragazze mi ha regalato una scoperta, ma soprattutto mi ha restituito una grande fiducia nell’arte e nel teatro. 
“Come mai il teatro vi rende libere?”, chiesi un giorno. Una delle ragazze mi rispose in maniera inaspettata, spiazzante: “Io mi sento libera in teatro, perché non si vedono le sbarre”. Quel giorno imparai un nuovo significato di libertà.
Prima di questa esperienza mi consideravo molto libero, sul palco e non. Per noi, però, la libertà è prettamente un’idea, un ideale. Per le ragazze della sezione femminile di alta sicurezza dell’istituto la libertà è qualcosa di puramente fisico, qualcosa che spesso viene dato per scontato. In tutti i luoghi della Casa Circondariale, che sia il bagno, la cucina, la mensa o la sala colloqui, le sbarre sono sempre visibili. Nel teatro è diverso, le tende coprono buona parte delle pareti, dando alle ragazze la possibilità di dimenticarsi per un attimo il luogo in cui si trovano. Per me è stato molto importante questo percorso, durante il quale ho compreso e imparato molte cose, che solo grazie alle ragazze sono stato in grado di apprezzare. Ho capito che dando potere alla propria anima, a quella parte di sé sognatrice, capace di farsi contagiare e stupire dalla bellezza nella sua semplicità, è possibile trovare una nuova libertà.


 

I tuoi lavori si contraddistinguono per l’impegno civile e l’attenzione a questioni sociali: in Invidiatemi come io ho invidiato voi (2013) hai scritto e portato in scena la storia di un caso di abuso sessuale su minori ispirato a un fatto di cronaca, con Geppetto e Geppetto (2016) hai affrontato il tema della “stepchild adoption”, mentre in Dedalo e Icaro (2019) hai trattato la tematica dell’autismo. Cosa porterai sul palco con Vorrei una voce?

Rispetto agli altri spettacoli realizzati, in cui ho sempre trattato un tema specifico, in Vorrei una voce la mia ricerca non è mossa da un tema, un argomento, ma da una intenzione. Con questo lavoro vorrei che gli spettatori e le spettatrici, una volta usciti da teatro, possano ritrovare quel desiderio di vivere, di cambiare prospettiva sul mondo, interrogandosi sul momento in cui, ignorando la propria voce interiore, il proprio istinto, hanno fatto morire i propri sogni, annullando una parte di sé. Vorrei una voce intende invitare gli spettatori a trovare il coraggio e la forza di combattere la battaglia più grande che un essere umano possa affrontare, quella di vivere e non sopravvivere. Certamente, è un obiettivo difficile, ma mi basterebbe indurre anche solo una piccola idea, una piccola speranza nel cuore degli spettatori per riuscire nel mio intento. Se dovesse succedere, sarei riconoscente al mondo per avermi dato la possibilità di farlo.


 

Parlaci del tuo lavoro drammaturgico: in che modo hai rielaborato le storie personali delle ragazze?  

Lo spettacolo debutta tra meno di un mese [intervista realizzata il 17 dicembre 2023, ndr] e ancora non ho scritto il testo. Lo so, sono folle. Finora ho scritto solamente delle parti, che tuttavia non ho ancora mai unito. Probabilmente sarà un lavoro che inizierò a fare tra qualche giorno. Non so da cosa dipenda questa incoscienza, forse dal fatto che nella mia testa sia già tutto molto chiaro: il progetto, il messaggio che voglio comunicare e il suo intento. Devo solo trovare il modo di portarlo in scena. In merito al mio lavoro drammaturgico posso sicuramente dire che è sempre stato diverso: in Invidiatemi come io ho invidiato voi il testo è stato ispirato da un fatto di cronaca; la drammaturgia di Geppetto e Geppetto è stata invece suggerita da delle domande che mi ero posto sul ruolo di un figlio e di un genitore; in questo caso, non trattando un argomento specifico, ho più libertà nel processo di creazione ed è forse questo il motivo per cui non ho ancora iniziato la stesura del testo. Posso dire solo una cosa: ogni sera, prima di andare a dormire, ascolto tutte le canzoni che porterò in scena, chiudo gli occhi e immagino ogni volta uno spettacolo diverso da cui prendere spunti interessanti. È la prima volta che mi capita.


 

Come in Antropolaroid (2011), hai deciso di affrontare un monologo attraverso l’antica tecnica del “cunto siciliano”: come mai questa scelta? Parlaci della relazione con il titolo. 

Questo è il mio secondo monologo, dopo Antropolaroid che ha debuttato ormai tredici anni fa. Non avrei mai voluto farlo, devo dire la verità, anche perché per me Antropolaroid è talmente importante, talmente forte e cucito su di me che faccio fatica a pensare di staccarmi per fare un’altra cosa più o meno simile; è stata però una scelta obbligata. 
Inizialmente avevo pensato di portare in scena questa storia insieme ad altre attrici che avrebbero interpretato i ruoli delle ragazze detenute presso la Casa Circondariale. Ne ho parlato con loro, spiegando il mio intento e chiedendo loro il permesso; una ragazza – con la quale ho stretto un forte legame perché, insieme ad un’altra, ha preso davvero sul serio e a cuore la nascita di questo progetto e, più in generale, del teatro all’interno dell’istituto penitenziario – mi ha detto che se avessi voluto fare questo spettacolo, avrei dovuto farlo io, senza la presenza di altre attrici (le ragazze avevano visto Antropolaroid, lavoro in cui interpreto anche i personaggi femminili). In un primo momento non ero convinto di farlo, poi, riflettendoci, ho capito che nessuna attrice avrebbe potuto portare in scena la loro anima. Questa è una cosa importante: sul palco non porto le loro storie personali, ma cerco di portare la loro anima, ciò che mi hanno lasciato e che ho imparato da loro. 


 

Che ruolo hanno le luci e i costumi nella struttura dello spettacolo?

Trattandosi di un monologo, abbiamo pochi elementi in scena; tra questi giocano un ruolo fondamentale le luci e i costumi.   
Il disegno luci è firmato da Luigi Biondi al quale ho chiesto di ispirarsi a uno degli ultimi concerti di Mina, quello tenutosi nel 1972 alla Bussola (il cui video si trova su internet), con quelle atmosfere ambrate di colore rosso scuro e giallo pastello. Partendo da questa matrice, Luigi ha creato un paesaggio luminoso molto interessante all’interno del quale dovrò muovermi e “giocare”. 
Per quanto riguarda i costumi, ho pensato di non cambiarmi ad ogni cambio di personaggio ma di utilizzare un elemento per ognuna delle donne che entrano in scena e parlano con il pubblico. Con la costumista Aurora Damanti abbiamo immaginato che tutte loro fossero vestite di paillettes luccicanti, in quanto già durante il progetto teatrale presso la Casa Circondariale le ragazze erano “impaillettate”, ed era una cosa meravigliosa perché dovevamo ritrovare una femminilità che lì dentro non può essere espressa; volevo che la bellezza del corpo femminile venisse esaltata nel modo migliore, più bello e più luccicante, per questo ho voluto paillettes e luccichii. 


 

Anche nelle note di regia parli del recupero di una femminilità annullata all’interno del carcere: come hai affrontato la sfida di aiutare le detenute-attrici a riscoprire o ad esprimere la propria identità femminile in un ambiente così restrittivo? 

Quando mi sono recato alla Casa Circondariale di Messina, con Daniela Ursino abbiamo pensato che si trattasse di un luogo in cui appunto la femminilità non venisse espressa, e non fosse nemmeno richiesta; le ragazze indossano una sorta di tenuta da istituto penitenziario, una tuta nera con le scarpe da ginnastica. È stato quindi molto bello, importante e toccante far indossare loro questi vestiti tutti pieni di paillettes, questi tacchi alti, truccandole e cotonando loro i capelli. Per esempio, ricordo che una volta una ragazza si commosse dopo aver messo delle scarpe col tacco 11 perché non si ricordava più la sensazione di stare sui tacchi alti. È stato importante per me essere il tramite tra loro e la femminilità che non potevano esprimere, tant’è che io stesso ho dovuto trovare e lavorare con una mia femminilità.
Quando si racconta qualcosa di intimo e profondo, ciò che emerge da quel racconto non ha una sessualità, ha una natura che può essere di qualsiasi genere. Io mi sento senza genere quando racconto delle cose, ma in alcuni momenti, invece, scelgo il genere in cui voglio stare; in questo caso, il genere che ho scelto è quello femminile in quanto anch’io avevo bisogno di trovare insieme alle ragazze la loro femminilità, e soltando da donna (non da uomo) potevo essere accanto a loro. Se nella vita non posso farlo perché la mia natura non è femminile bensì maschile, sul palcoscenico posso farlo e quindi ecco che eravamo donne, ma siamo stati anche uomini quando raccontavamo dei loro mariti o delle loro storie. Ho quindi mostrato loro che insieme, attraverso un racconto universale e profondo, potevamo andare al di là del genere. Ovviamente, la femminilità all’interno di un istituto penitenziario è un aspetto molto determinante perché prendersi cura di sé vuol dire anche prendersi cura del proprio corpo e della propria anima.


 

Infine, c’è stato un momento o un incontro specifico con una o più detenute-attrici che ti ha particolarmente colpito o che ha avuto un impatto profondo sulla tua visione del teatro e/o della vita dopo questa esperienza? 

Sì, diciamo che con alcune di loro c’è un rapporto molto forte, intimo e potente, ma in generale – non perché voglia fare il democratico – con ognuna delle ragazze ho vissuto qualcosa di importante e ho intrapreso un percorso di crescita e scoperta. Con ognuna di loro c’è stato un incontro particolare che mi ha segnato, e nello spettacolo voglio riproporre la stessa cosa: ogni volta che una di loro “entrerà in scena”, cambierà qualcosa dentro di me, così come è avvenuto nella vita reale. La stessa concezione di libertà l’ho imparata da loro: alle ragazze non interessava raccontare il motivo per cui si trovavano in carcere, bensì volevano trovare una loro libertà attraverso il teatro, una libertà di pensiero, una propria pace. 
Ci tengo a sottolineare che ho intrapreso questo progetto all’interno della Casa Circondariale di Messina senza alcun pregiudizio: davanti a me c’erano solo donne, come potrebbero essere mia cugina, mia zia o una mia amica. Non bisogna avere un giudizio su di loro: se stanno lì, qualcuno le ha già giudicate.

 

Foto di scena

Trailer