Carmelo Rifici firma la regia di Macbeth, le cose nascoste, riscrittura della tragedia shakespeariana, spettacolo che ha debuttato al LAC di Lugano a gennaio 2020, esito di un lungo lavoro di ricerca drammaturgica che il regista ha realizzato insieme ad Angela Demattè e a Simona Gonella.

Un lavoro che prosegue l’indagine sulla riscrittura dei classici che Rifici ha iniziato con Ifigenia, liberata, e la fa questa volta avvalendosi della consulenza di due psicoanalisti di scuola junghiana. Uno spettacolo che nasce da un viaggio nell’anima degli attori alla ricerca dei loro lati nascosti, che indaga gli archetipi dell’inconscio di tutti noi, in cui Rifici cerca uno spazio di condivisione tra attori e spettatori.

Dall’esplorazione del rapporto psicanalista / paziente/ oggetto scaturisce una rinnovata lettura del testo shakespeariano e del lavoro con gli attori.

Parimenti aleggia l’intuizione che, oggi più che mai, sia necessario rimettere nuovamente in relazione il pubblico con le proprie pulsioni e con le paure e i desideri nascosti, che sono alla base non solo del Macbeth, ma di tutta la letteratura che parla delle profondità dell’animo umano.

di
Angela Demattè e Carmelo Rifici

tratto dall’opera di
William Shakespeare

dramaturg
Simona Gonella

progetto e regia
Carmelo Rifici

équipe scientifica
Dottore Psicoanalista Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato, esperta di comunicazione non verbale e stili relazionali

con
(in ordine alfabetico) Alessandro Bandini, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Leda Kreider, Christian La Rosa, Maria Pilar Pérez Aspa, Elena Rivoltini

scene
Paolo Di Benedetto

costumi
Margherita Baldoni

musiche
Zeno Gabaglio

disegno luci
Gianni Staropoli

video
Piritta Martikainen

assistente alla regia
Ugo Fiore

scene realizzate da
Laboratorio di Scenografia “Bruno Colombo e Leonardo Ricchelli” del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

costumi realizzati presso
Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

corone
Alessandro De Marchi

produzione
LAC Lugano Arte e Cultura

in coproduzione con
Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

partner di ricerca
Clinica Luganese Moncucco

prova

Intervista al Dott. Psicoanalista Giuseppe Lombardi e alla Dott.ssa Luciana Vigato
a cura di Angela Demattè

Che cosa pensate della tragedia Macbeth e dei temi che essa propone in rapporto alla situazione psicologica e simbolica che stiamo vivendo oggi?

Nell’Europa di oggi, o almeno in Italia, si vive un diffuso sentimento di frustrazione, di perdita di potenzialità non solo socioeconomiche ma anche esistenziali. Anziché però rendersi conto che questo stato di cose è il risultato di un tempo molto lungo durante il quale siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità e che questo tempo è tramontato, preferiamo rimuovere questa consapevolezza e, come sempre accade con la rimozione, proiettare su altri la perdita di potenza. Ci rifiutiamo dunque di guardare il nostro lato d’ombra e invece di farcene carico lo proiettiamo su altri, come per esempio i migranti, che in quanto inconsciamente temuti più potenti (= più vitali) di noi, ci deruberebbero della nostra potenza. La stessa problematica sta alla radice della violenza che un certo tipo di uomini esercita contro le proprie donne: se queste ultime non si prestano più, con la propria sottomissione, a garantire il sentimento di potenza di questo uomo, costui ritiene legittimo esercitare tale potere fino alla soppressione fisica della sfidante, perché si sente da essa esautorato nella propria potenza. Da qui proviene la deriva autoritaria che sta investendo l’Europa e l’Italia, dietro la quale è evidente l’attesa magica dell’Uomo forte, del Padre Onnipotente che con la sua forza risolverà ogni situazione, trasformando il sentimento collettivo di frustrazione nazionale.

 

Quindi cosa potrebbe insegnarci oggi questa tragedia?

Ebbene il Macbeth parla invece di qualcuno che si confronta coraggiosamente con il tema dell’Ombra, benché alla fine si dimostrerà non essere all’altezza del confronto che si era posto. Macbeth incontra le streghe quando era ancora immerso nelle emozioni della battaglia: le sue streghe sono una voce che viene dalla profondità della terra, dalla materia corporea pulsante. Sono la voce della sua potenza fisica che ha appena messo in gioco e che ora sta per consegnare al re: nello stesso momento però questa stessa potenza si erige come tentazione di far di se stesso il re. La potenza potrebbe non essere più al servizio del re, dello stato, della comunità di appartenenza tramite la mediazione del patto d’onore che connette la potenza individuale all’essere membro di una comunità. Macbeth è lacerato tra la tentazione inconfessabile della potenza e dell’onore. Rende confessabile a sé e alla moglie, cioè alla propria anima, ciò che era inizialmente inconfessabile: la voce delle streghe. E qui sta la sua grandezza. Sceglie la potenza, consapevolmente varca, come Ulisse, il limite invalicabile. La sua grandezza è la sincerità con se stesso. Diversamente dai miserabili personaggi di potere che calcano le scene della politica, pronti a scaricare dovunque le proprie responsabilità. Macbeth se le assume tutte, anche quando comprende che questo lo porterà alla rovina. Non ha però la grandezza per reggere e vincere la sfida che si è dato e che si rivela più grande di lui. Nel lavoro analitico il confronto con l’Ombra, per quanto doloroso e impegnativo, è comunque fattibile, alla condizione di una sufficiente sincerità intellettuale. La difficoltà vera sta nella decisione di cosa fare dell’ombra che si concretizza: non si può più rimuoverla, ma neppure agirla. Il problema è integrarla. Ma o si ha la forza d’animo sufficiente per questa integrazione o se ne è disintegrati.

 

Quindi l’errore di Macbeth qual è?

L’errore di Macbeth è quello di non tenere conto che il confronto con l’ombra, soprattutto un’ombra così archetipica e così potente, è inavvicinabile in questo modo. Tradotto in altri termini, il male non si sfida così. Se lo sfidi in questo modo ne diventi vittima. Il rapporto di Macbeth con le streghe è rappresentato in tutto il medioevo con la vendita dell’anima al diavolo. Il discorso dunque diventa: vendo l’anima al diavolo così poi lo frego e la recupero, nel frattempo però ho ottenuto anche quello che il diavolo mi dà in cambio. Non è vero, se sfidi il diavolo ci resti. Il diavolo è archetipo, è più potente di te. Altro è l’ombra individuale, con cui fino ad un certo punto puoi entrare in relazione, soprattutto se hai una forte coscienza etica. Puoi anche fartene carico, farti responsabile. Altro è l’ombra collettiva, l’ombra archetipica, quello che viene considerato il male. Questo è troppo potente. Il tema del Macbeth è il confronto con l’ombra, con il male e in particolare con l’ombra del padre. È il confronto di Macbeth con il re. Il regicidio è un simbolo dell’Edipo, di colui che fa fuori il padre per sostituirlo. Macbeth compie una sfida individuale e ci rimane. Per reggere la potenza che gli è data, un uomo deve essere sufficientemente consistente. Che questa consistenza ti venga dalla sacralità del trono o dalla forza della tua personalità è solo una differenza di qualità. Ma in realtà, se non ce l’ha, viene completamente travolto da questa forza. Perché è una forza archetipica. O sei un eroe così potente da cavalcare questa forza archetipica o ti fa fuori. Egli ha il destino dell’eroe ma non ne ha la statura.

 

Dunque le streghe mettono in mano ad un uomo un destino che lui non ha la statura per sostenere?

È la scelta che ognuno deve fare nel mondo. Che differenza c’è tra un eretico e qualcuno che costruisce la nuova Chiesa? È la forza che ha a disposizione. Che differenza c’è tra San Francesco e tutti quelli che hanno tentato prima di lui? È la capacità che tu hai, la forza che tu hai per cavalcarla e orientarla. Però la cosa grande di Macbeth è che non fa finta, non utilizza dei mezzucci. Sa quello che fa e sfida la strega, il suo destino. A costo di andare in fondo a questa sfida. Cosa che Lady Macbeth tenta di fare fino ad un certo punto e poi non ci riesce. E non riesce neanche a fare da mediatrice tra Macbeth e il tema del male. Né lei né Banquo ci riescono.

 

Cosa c’è stato di nuovo per voi in questo percorso?

Il fatto di usare un testo letterario archetipico non è una novità per noi. Spesso usiamo opere cinematografiche o letterarie nei nostri gruppi di lavoro. La cultura offre tutta una serie di eventi archetipici che sono potentemente orientativi della psiche. La cosa che abbiamo fatto in questo caso è osservare che effetto fa il Macbeth. La prima domanda per ciascuno era: cosa ti ha colpito del Macbeth? A partire dalla prima risposta di ciascuno, seduto nella poltrona dello psicoanalista, si andava in profondità per vedere quali aspetti della psiche erano stati toccati. Quel che abbiamo visto è che alcuni sono stati toccati nel loro complesso paterno in modo abbastanza evidente, altri dall’aspetto dell’ombra. Alcuni si sono difesi di più, altri si sono lasciati toccare. La cosa interessante è vedere come quella persona, seduta sulla poltrona, inizialmente pensava di essere difesa ma, man mano, calava le difese. Ad un certo punto qualcosa cambiava. Chissà se questa cosa succederà anche a teatro. È un test significativo per rendersi conto di che cosa provoca la rappresentazione archetipica del rapporto col tema dell’ombra, in particolare dell’ombra paterna, qual è il Macbeth shakespeariano. Quando un materiale letterario è ben fatto coglie davvero potentemente dei segmenti archetipici molto forti. Il vantaggio di questo testo è che è così impersonale che chiunque può riconoscersi, senza necessariamente essere esposto in prima persona. Quello che aggiungiamo poi, in questa nostra operazione, è che questo materiale impersonale viene rivisitato nella risposta delle singole persone che si sono prestate. Quindi abbiamo potuto indagare e sviscerare, con un nostro piccolo intervento analitico che riduce le difese, che cosa può emergere a contatto con il Macbeth. Intervistando gli attori e i creatori dello spettacolo, abbiamo veramente potuto fare una ricognizione di cosa potrebbe scaturire nello spettatore di oggi. Siamo molto curiosi. Tenuto conto che i padri sono evaporati. Cosa scatenerà il confronto di ciascuno spettatore con l’ombra del padre? Se vogliamo riprendere il discorso dall’inizio: è proprio perché i padri sono scomparsi che abbiamo una classe politica rappresentata da alcune figure molto arcaiche dell’ordine paterno. Questo è tipico della storia italiana. Costoro non hanno certamente la statura etica di Macbeth. Dicono di aver parlato con le streghe ma non è vero.

 

Spiegateci meglio cosa intendete per “ombra del padre”.

Qui occorre interrogare l’ombra del padre che è l’aspetto di potenza arcaica e brutale. Spaventosa e insieme attraente. L’ombra del padre è la potenza che genera. È il toro dell’arena che devi far fuori per poterlo mangiare. È il bisonte che incontra l’uomo primitivo. È il figlio maschio che deve affrontare suo padre per diventare potente a sua volta. È l’aspetto pulsionale immediato e diretto. Da questo punto di vista è chiaro che Macbeth rivendica questo perché lui ha tirato fuori la spada al posto del re. Ma il re premia il proprio figlio Malcom. Chi ha tirato fuori la spada? Lui, non l’altro figlio. Quando c’è stato l’attentato a Gorbaciov e Eltsin è salito sul carro armato per proteggere Gorbaciov, lì Eltsin ha sostituito Gorbaciov. È così. L’ombra del padre è potente. Nella realtà quello che conta sono i rapporti di forza. Non sono i principi di diritto. Poi la cosa ideale è che i rapporti di forza coincidano con i principi di diritto. Ma se non coincidono vincono comunque i rapporti di forza. L’uomo è fatto in questo modo.

Foto di scena

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