Di fronte all’inspiegabile, quando ogni sistema di senso vacilla, a cosa scegliamo di credere? Tratto dal primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi, Il Prodigio, per la regia di Giacomo Bisordi, si configura come un’apocalisse contemporanea –nel suo significato originario di rivelazione – che attraversa il testo come un libro di visioni: una sequenza di immagini, crolli e apparizioni che annunciano la fine di un ordine e l’irruzione di un mondo nuovo, ancora indecifrabile.
Nel cielo di una grande città italiana compare un volto. Una faccia dai contorni rozzi, quasi infantili, come tracciata da una mano inesperta. All’inizio è un’anomalia, un fenomeno da osservare con curiosità. Ma il volto non svanisce. Resta. Si impone. E presto smette di essere un’immagine per diventare una presenza concreta e costante.
La collettività si raccoglie attorno a quell’apparizione, nel tentativo febbrile di interpretarla. Accadono eventi inspiegabili, guarigioni, segni che sfidano ogni logica. Il mistero si infittisce: è una proiezione, un inganno, o la manifestazione di dio?
Al centro di questo smottamento del reale c’è Don Luca, sacerdote mediatico, figura pubblica abituata a parlare di fede più che a praticarla. Accanto a lui, Marta, enigmatica e sfuggente, presenza viva e inafferrabile, oggetto di un amore che destabilizza ogni certezza. Incapace di dare risposte, Don Luca vede incrinarsi l’ultimo fragile equilibrio della propria fede, mentre sulla scena emerge Folker, profeta magnetico e carismatico, capace di catalizzare il bisogno collettivo di credere e di guidarlo verso una nuova, inquietante forma di spiritualità.