I mille volti di Emma Bovary
di Luca Pascoletti
Madame Bovary, il più celebre romanzo di Flaubert, fu pubblicato nel 1857 creando uno dei personaggi più iconici della storia della letteratura moderna. Emma Bovary, giovanissima sposa che, piena di ideali romanzeschi sull'amore, trovando la sua vita coniugale totalmente insoddifacente, cerca di realizzare i suoi sogni attraverso l'adulterio, è stata infatti una delle pochissime creature letterarie in grado di far nascere persino un nuovo vocabolo (bovarismo) per descriverne il comportamento e da allora non ha mai smesso di destare scalpore, di far discutere critici e lettori e, naturalmente, di ispirare cineasti e attrici.
Andiamo pertanto a scoprire quanti volti ha avuto Emma, in tutte (o quasi) le sue incarnazioni.
Charles restò sorpreso alla bianchezza delle sue unghie. Erano rilucenti, acuminate, piú terse degli avori di Dieppe, e a forma di mandorla. La mano tuttavia non era bella, non pallida abbastanza, forse, e un po’ secca nelle falangi; era anche troppo lunga e senza molli flessuosità di linee nel contorno. Belli erano invece gli occhi: benché marroni, parevano neri per via delle ciglia, e lo sguardo arrivava schietto, con un candido ardire.
La prima descrizione che Flaubert ci fa di Emma è quasi un quadro clinico, visto attraverso gli occhi di un medico. Ma poi prosegue così:
Poiché la sala era fresca, mentre mangiava rabbrividiva, discoprendo un poco le labbra carnose, che usava mordicchiare nei suoi momenti di silenzio.
Il collo le usciva da un colletto bianco rivoltato. I capelli, composti in due bande nere che sembravano ciascuna d’un sol pezzo, tanto erano lisce, sulla sommità del capo erano spartiti da una riga sottile, che svaniva lieve seguendo la curva del cranio; e, lasciando intravedere appena il lobo dell’orecchio, scendevano ad ammassarsi dietro in una crocchia opulenta, con un moto ondoso alle tempie, che il medico di campagna osservò allora per la prima volta in vita sua. Gli zigomi erano rosei. Portava, come un uomo, infilato fra due bottoni della blusa, un occhialetto di tartaruga.
Sebbene questo piccolo itinerario voglia accompagnarci attraverso le versioni cinematografiche di Emma Bovary, il primo volto reale che incontriamo non è quello di un'attrice, bensì quello di Veronique Delphine Delamare, nata Couturier, che fu la donna a cui, sembra, sia ispirato il personaggio tracciato da Gustave Flaubert. Figlia di un agricoltore benestante, sposò Eugene Delamare, medico di Rouen, rimasto vedovo da poco. Essa si stancò presto della vita coniugale, per lei troppo monotona, ed ebbe numerosi amanti. A causa del suo stile di vita esagerato e della sua prodigalità, contrasse troppi debiti e infine si suicidò, a 26 anni, nel 1848, mediante l'assunzione di acido prussico.
La prima versione cinematografica del romanzo di cui ho trovato traccia è un semidimenticato film in bianco e nero statunitense del 1932 intitolato Unholy Love, del regista Albert Ray, il quale prese la trama del romanzo, cambiò i nomi ai personaggi e ne spostò l'ambientazione dalla campagna francese agli Stati Uniti. Emma diventa Sheila – che ha il volto bello e etereo di Joyce Compton – e segue le orme del personaggio di Flaubert fino alla sua tragica fine, scegliendo una forma di suicidio molto più tipicamente americana dell'arsenico, schiantandosi con l'automobile.
Ma la prima ufficiale Emma cinematografica non poteva che essere francese: la troviamo un anno dopo in Madame Bovary di Jean Renoir (1933) film in bianco e nero prodotto nientedimento che dall'editore Gaston Gallimard in persona. Interpretata da Valentine Tessier, nella sua prima prova nel cinema sonoro, Emma stavolta è fedele al suo nome, se non puo' esserlo a suo marito, e parzialmente fedele alla narrazione di Flaubert. Si tratta di un film molto influenzato e allo stesso tempo limitato, nelle inquadrature e nella recitazione, dall'impostazione teatrale, ma il suo grande pregio è quello di concentrarsi sull'educazione sentimentale della giovane Emma, che la porterà poi a perseguire un ideale d'amore impossibile da realizzare se non nella propria immaginazione. Il film fu un fiasco al botteghino, anche se la versione integrale ormai perduta di ben 190 minuti sembra fosse un capolavoro, almeno a detta di Brecht.
Passano alcuni anni e ci spostiamo in Germania, un tempo la Mecca del cinema, dove venne prodotto Madame Bovary di Gerhard Lamprecht (1937), sempre in bianco e nero. Qui Emma ha il volto di una delle più belle e affascinanti attrici del cinema muto, Pola Negri, pseudonimo di Barbara Apolonia Chałupiec, ormai nella fase decisamente calante della sua carriera di attrice, cantante e ballerina. Il film fu un fiasco se possibile anche peggiore del precedente di Renoir, ma Pola Negri resta indimenticabile nel ruolo di un personaggio che le calzava a pennello, pur con tutte le sue mimiche esagerate da ex diva del muto.
Dieci anni dopo voliamo oltreoceano e troviamo Madame Bovary del regista argentino di origine germanica Carlos Schlieper (1947), ancora in bianco e nero, dove il personaggio di Emma è interpretato di Mecha Ortiz, nome d'arte di María Mercedes Varela Nimo Domínguez Castro, una delle più grandi attrici dell'epoca d'oro del cinema argentino. Questa pellicola è da annoverare tra le più fedeli alla trama originale del romanzo, tuttavia la particolarità di questo film è che la trama vede per prima volta la presenza di Gustave Flaubert, interpretato dall'attore Ricardo Galache, che difende in tribunale il suo romanzo dall'accusa di immoralità: la storia ci viene quindi narrata dal suo stesso autore nel tentativo di convincere la corte a non impedirne la pubblicazione. Il film si concluderà con la vittoria dello scrittore.
La prima versione “ufficiale” hollywoodiana è Madame Bovary di Vincente Minnelli (1949), sempre in bianco e nero, interpretata dalla splendida allora trentenne Jennifer Jones, attrice premio Oscar nel 1944. Minnelli (o il suo sceneggiatore, Robert Ardrey), riprende (leggi: copia) l'idea del suo precedente argentino, quella di mettere in scena a difendere la sua opera nientemeno che l'autore, cui stavolta viene assegnato il volto duro di James Mason. Il risultato è tipico dei prodotti di quegli anni dominati dal codice Hays, se non volevi osare troppo: un film con lo sguardo strabico sospeso tra il botteghino e il visto di censura. I personaggi sono sbiaditi e le motivazioni di Emma un po' appannate, la trama adattata al gusto americano del dopoguerra. Ma le scene di danza (Minnelli era un mago del musical) e soprattutto i costumi da Oscar valgono la visione integrale del film.
Nel 1969 arriva una versione italo-tedesca che in italiano porta il boccaccesco titolo di I peccati di Madame Bovary, di Hans Schott-Schöbinger. Si tratta della prima versione a colori prodotta per il cinema, anche se purtrtoppo questo è il suo unico pregio. Ad interpretare Emma stavolta è la pur brava Edwige Fenech, che nel decennio successivo sarà destinata a diventare l'icona della commedia sexy all'italiana, interpretando trash movies di culto come Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda e Giovannona Coscialunga disonorata con onore.
Piccola nota a margine, lo sceneggiatore ha pensato bene di cambiare il finale, facendo vivere Emma Bovary “per espiare le sue colpe”. Ci immaginiamo autori e regista sopravvivere al film per lo stesso motivo.
Nel 1970 fu David Lean a realizzare un film irlandese nelle tematiche ma decisamente bovarista per la trama: si tratta de La figlia di Ryan. Sullo sfondo delle lotte indipendentiste del 1916, Sarah Miles, nella parte di Rosy Ryan, tradisce il marito Charles (Robert Mitchum) con il quale il rapporto manca di passione, con un ufficiale inglese. Questo scatenerà la tragica conclusione.
Piccolo intermezzo televisivo
Nel 1975 è Francesca Annis a prestare il suo (bellissimo) volto a Emma, nella serie TV prodotta dalla BBC per la regia di Rodney Bennett e sulla sceneggiatura di Giles Cooper. Nei quattro episodi da cui è composta la serie le vicende descritte da Flaubert sono ricostruite abbastanza fedelmente, confermando l'adagio che dice che per adattare allo schermo un romanzo il formato ideale è quello della serie, perché i tempi del cinema sono troppo ristretti.
Tre anni più tardi è la volta della serie televisiva prodotta dalla Rai, nella quale è Carla Gravina a portare sul piccolo schermo una commovente Emma. Tra gli sceneggiatori che firmarono le sei puntate si fa notare la presenza dello scrittore Luigi Malerba.
Torniamo al grande schermo
È il 1989 e il regista sovietico Alexander Sokurov gira il film più strano trai tanti ispirati dal romanzo: si tratta di Salva e custodisci, pellicola dal montaggio peculiare, nel quale Sesil' Zervudaki interpreta il ruolo di una Emma molto infantile, che precipita in un vortice di adulteri e indebitamenti. Ambientato a Taskent, in Uzbekistan: ma non è questa la prova che abbiamo a che fare con una storia universale?
Nel 1991 è il grande Chabrol a riportare al cinema (e in Francia) il capolavoro di Flaubert. Qui Emma è l'incommensurabile Isabelle Huppert, una delle attrici più amate (e premiate) del cinema europeo.
Il regista della Nouvelle Vague, con il suo Madame Bovary, sceglie coraggiosamente di rispettare l'opera di Flaubert fino a trascrivere fedelmente i dialoghi da lui scritti facendoli recitare tali e quali ai suoi attori. Il film fu girato nella stessa cittadina scelta da Jean Renoir per la sua versione di quasi sessant'anni prima: Lyons-la-Forêt.
Di appena due anni dopo il capolavoro di Chabrol, è La valle del peccato (1993), del regista portoghese Manoel de Oliveira. Il film è solamente ispirato al libro di Gustave Flaubert, ma la protagonista, Ema, interpretata da Leonor Silveira, simile alla nostra Emma persino nel nome, ne ripercorre i passi fino alla fine tragica. Sebbene Ema legga proprio il libro di Flaubert, lei rifiuterà espressamente il parallelo con il personaggio, finendo per rivelarci un'interpretazione diversa del bovarismo, una specie di inversione di responsabilità: un'esuberanza di passioni destinata alla delusione perché è il mondo borghese (con tutti i suoi conformismi e clichés) che non è capace di rispondere alle aspirazioni di una donna fuori dall'ordinario.
Las razones del corazón è un film del 2011 di Arturo Ripstein ambientato a Città del Messico. Emma stavolta si chiama Emilia (Arcelia Ramirez), una casalinga sopraffatta dalla noia che un brutto giorno perde le uniche due cose in grado di renderle la vita sopportabile: il suo amante e la carta di credito.
Madame Bovary del 2014 è invece diretto da Sophie Barthes. Emma ha il volto allo stesso tempo carismatico e inquietante di Mia Wasikowska, attrice e regista australiana, meglio nota per il suo ruolo di Alice nella versione di Tim Burton. Il film è passato senza lasciare tracce, alle nostre latitudini.
Nello stesso anno esce il Gemma Bovery, tratto dal graphic novel di Posy Simmonds. Il film, firmato da Anne Fontaine, è la storia di Martin (Fabrice Luchini), narratore e protagonista, un uomo appassionato di letteratura e ossessionato dal personaggio di Emma Bovary, che rivede in una ragazza che vive di fianco a casa sua: la Gemma che dà il titolo alla vicenda, nel film interpretata da Gemma Arterton. Mano a mano che la storia si dipana, Gemma somiglia sempre piu alla nostra Emma mentre Martin, preoccupato perché conosce il finale tragico del romanzo di Flaubert, agisce per tentare di evitarlo in tutti i modi. Ci riuscirà?
Per il bicentenario della nascita del suo creatore, Emma Bovary torna sul piccolo schermo nel 2021 in una produzione per France 2, sempre intitolata Madame Bovary.
Ancora una volta torna sulla scena Gustave Flaubert (Alexandre Blazy) intento a difendere il suo romanzo e la sua eroina tragica dalle forbici della censura. Emma è la giovane Camille Metayer, al suo esordio. Qui Emma torna ad essere quella del romanzo, ma ne viene data fortemente l'immagine di vittima del suo tempo e della società in cui era vissuta.
Ultima curiosità: esiste anche una versione di Emma made in Bollywood: si tratta del dramma Maya Memsaab (in inglese è Maya: The Enchanting Illusion), del 1993. Il volto di Emma/Maya stavolta è quello di Deepa Sahi.