Ieri. Oggi. Domani.

di Cristina Galbiati, cofondatrice Trickster-p

Qualche anno fa, in occasione della prima edizione dei Quaderni del FIT Festival, in cui un gruppo di autori per la scena rifletteva sulla drammaturgia contemporanea, ci si era presto resi conto che prima di parlare di drammaturgia contemporanea era necessario provare a precisare a cosa esattamente questa definizione facesse riferimento. Sostanzialmente, la questione che tenne banco fu se la definizione drammaturgia contemporanea alludesse unicamente a un fattore cronologico, includendo in maniera estesa tutte quelle opere che vengono concepite nel nostro tempo e sono perciò a noi coeve, o se invece presupponesse qualcosa di differente e, forse, di ulteriore. Come si può intuire, le posizioni furono diverse e in alcuni casi persino antitetiche.

FIT Festival 2016

I quaderni del FIT 2016

Al di là delle mere questioni dialettiche, mi pare però che oggi, nel settembre 2020 (la precisazione sulla data non è casuale) questa diatriba apra una serie di riflessioni forse imprescindibili per chi si occupa di fare arte nel nostro tempo. La questione di fondo interpella, infatti, un aspetto fondamentale, e cioè se occuparsi di contemporaneo implichi unicamente il fatto di parlare oggi dell’oggi, o se invece non imponga con forza la necessità di lavorare nell’oggi proiettandosi nel domani. Inevitabilmente questa prospettiva ci costringe a fare un passo ulteriore chiedendoci se il contemporaneo sia una questione che riguarda essenzialmente i contenuti, o se debba invece investire obbligatoriamente anche la forma.
Il rapporto tra forma e contenuto è discussione annosa e complessa, ma, se è vero che se in altri ambiti dell’arte - penso per esempio alle arti visive - esso è stato analizzato, sviscerato, masticato e digerito, arrivando a non costituire probabilmente nemmeno più un fulcro d’interesse, per quanto riguarda il contesto delle arti sceniche è questione relativamente recente, e forse, non sempre sufficientemente indagata.

FIT Festival 2016

Trickster-p, Nettles, 2018

La ragione per cui qualche riga fa enfatizzavo che l’oggi a cui faccio riferimento è il mese di settembre 2020, è che, dopo lo stop forzato della primavera di quest’anno, la necessità di rivedere la prospettiva non è più solo un fatto di gusto per la dialettica, ma diventa questione fondante del rapporto che, da questo momento in poi, si vuole (e forse si deve) costruire con lo spettatore.
Rimettere al centro il rapporto tra forma e contenuto significa, infatti, ampliare la riflessione sul qui e ora, includendo in quest’ultima la relazione tra cosa e come, e ammettendo che forse, anche nel contesto delle arti sceniche, il come non è solo contenitore, ma può diventare esso stesso contenuto.

Twilight

Trickster-p, Twilight, 2016

In realtà, anche se in maniera forse non teorizzata, l’investigazione di forme (e formati) che possano portare a una diversa relazione con lo spettatore non è una novità nella pratica della arti sceniche contemporanee in Svizzera.
Complici probabilmente l’assenza di una forte tradizione teatrale nazionale, e la volontà istituzionale di dare impulso ai linguaggi legati all’innovazione, gli anni recenti hanno visto l’affermarsi di poetiche che scardinano il tradizionale rapporto palco - platea, per rimettere al centro un diverso rapporto con lo spettatore.
Penso, per esempio, a Yan Duyvendak e a Stefan Kaegi dei Rimini Protokoll (entrambi insigniti del Gran Premio svizzero di Teatro / Anello Hans Reinhart nell’ultimo quinquennio), ma anche a coreografe come La Ribot, Marie Caroline Hominal e Nicole Seiler, solo per citare alcuni.

Nettles

Trickster-p, Nettles, 2018

L’abbandono del palcoscenico nella sua funzione tradizionale, caratteristica comune di queste pratiche - spesso diverse per esiti estetici - si accompagna alla contaminazione tra discipline diverse.
Si tratta infatti di pratiche che si fanno permeabili e che permettono ai confini tra le diverse forme artistiche di essere sempre più porosi influenzandosi e nutrendosi a vicenda.
Paradossalmente potrebbe persino sembrare che, nella ricerca di forme capaci di incontrare il pubblico secondo paradigmi differenti rispetto al passato, vi sia un abbandono della purezza formale del teatro, rispettivamente della danza, che lascia spazio a risultati che rifuggono le definizioni per muoversi in territori ibridi e indisciplinati.
In questo senso, indipendentemente da quelli che sono i contenuti tematici dei lavori che ne emergono, la ricerca formale e le sue implicazioni diventano parte integrante e sostanziale del processo creativo, e, come tali, oltrepassano le mere scelte formali per farsi questioni di contenuto tanto quanto i temi trattati.

Nettles

Trickster-p, Nettles, 2018

Se è vero che queste pratiche non nascono come risposta alla crisi diffusa che ci ha investiti negli scorsi mesi, forse proprio perché le loro radici affondano altrove, esse assumono oggi un nuovo ruolo nella questione sulla funzione delle arti sceniche nella nostra contemporaneità, e sul rapporto con il pubblico inteso come elemento imprescindibile della dialettica teatrale. Talora tacciate di essere semplici divertissement formali, contrapposti al grande Teatro di tradizione, queste pratiche acquistano ora un rinnovato valore che non può essere ignorato. Ora ai loro creatori l’onere di assumere questa consapevolezza, facendo sì che da esse emerga una ricerca sui linguaggi che sia sostanziale, e non una facile scorciatoia per eludere i problemi pratici con cui le arti dal vivo si devono necessariamente confrontare con cui la situazione sanitaria internazionale confronta oggi l’ambito delle arti dal vivo.

Cristina Galbiati
Regista, artista indipendente e cofondatrice del progetto multidisciplinare Trickster-p, vincitore nel 2017 di un dei Premi svizzeri di teatro, membro della giuria federale del teatro (2019-) e del comitato di t. Professionisti dello spettacolo Svizzera.

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