Hans Josephsohn, Piego e modello

Quando si parla di scultura, le consistenze sono un elemento fondamentale. Assicuratevi di avere carta e cartone di diverso spessore, grandezza e colore. Da qui, vari profili e varie parti di corpo sono tagliati, modellati e assemblati, in modo che le forme tridimensionali possano prendere vita nello spazio, proprio come le figure realizzate dallo scultore Hans Josephsohn.

Età

Dai 4 ai 10 anni, accompagnati
(attività per famiglie)

Durata

45 minuti circa

Ingredienti

  • Forbici
  • Colla
  • Tutti i tipi di carta e cartone diversi che avete a disposizione

1

Preparare tutto il materiale necessario

Josephsohn

2

Scegli quali carte usare per costruire la tua scultura. Ritaglia delle forme ispirandoti al corpo umano. Profili, sagome, ombre. Aiutati con la colla per fissare le pieghe della carta

Josephsohn

3

Una scatola potrebbe diventare il piedistallo della tua scultura

Josephsohn

4

Divertiti e guarda la tua creazione da più angolazioni per capire come cambiano le forme e le ombre nello spazio

Josephsohn
  • Trascorrere del tempo in famiglia, sperimentando la propria creatività e condividendo l’esperienza, attraverso gli spunti forniti dall’arte
  • Esplorazione dell’ambiente naturale e approfondimento del proprio rapporto con esso
  • Sviluppo del processo di condivisione delle scelte per un obiettivo comune
  • Sviluppo delle capacità di manualità e degli strumenti e tecniche espressive dell’arte
  • Allenamento della creatività, fantasia e immaginazione

Hans Josephsohn nasce a Königsberg, nell’allora Prussia orientale, in una famiglia borghese ebrea dedita al commercio. Sin dalla giovane età manifesta interesse nei confronti della scultura. Terminato il liceo e ottenuto il diploma, grazie a una borsa di studio si trasferisce a Firenze per studiare all’Accademia di Belle Arti. Poco dopo, a causa dell’entrata in vigore della legge razziali, è costretto a lasciare l’Italia. Cerca quindi rifugio in Svizzera, dapprima a Ginevra e poi a Zurigo. Fin da giovane è affascinato dall’arte antica, in particolare dalla produzione scultorea degli Assiri, degli Ittiti, degli Egizi e dei Greci. Realizza schizzi sulla base di alcune copie di sculture antiche conservate presso la collezione archeologica dell’università di Zurigo e si interessa all’arte bizantina e medievale, che pongono al centro della ricerca artistica la figura umana. Insieme ai maestri dell’antichità, Josephsohn ammira i lavori di scultori svizzeri a lui più vicini: Karl Geiser (1898-1957), maestro di Otto Müller (1905-1993) – di cui diventa studente quando giunge a Zurigo, e lo scultore francese Aristide Maillol (1861-1944), per l’uniformità e la semplificazione delle forme. Dalla metà degli anni cinquanta le sue opere sono presentate in esposizioni personali in Svizzera ma è solo alla fine degli anni novanta che il suo lavoro riceve un sempre più vasto e importante consenso da parte del pubblico e della critica internazionali. Le opere di Hans Josephsohn sono visibili in maniera permanente al museo La Congiunta di Giornico inaugurato nel 1992 e al Kesselhaus Josephsohn di San Gallo aperto nel 2003. Muore il 21 agosto 2012 a Zurigo.

In occasione del centenario della nascita dello scultore Hans Josephsohn, da settembre 2020 a febbraio 2021 il MASI, in collaborazione con il Kesselhaus Josephsohn di San Gallo, rende omaggio a uno dei più rappresentativi scultori della seconda metà del XX secolo. Il percorso espositivo comprende una selezione di sculture in ottone, realizzate in un arco cronologico di sessant’anni, e volte a dare un’impressione della produzione dello scultore senza avere la pretesa di ripercorrere retrospettivamente la sua intera carriera.  L’aspetto volutamente provvisorio, non-finito dell’allestimento, ben si accorda con il concetto di immediatezza - tipico della produzione scultorea di Hans Josephsohn – come anche la scelta e il posizionamento delle opere, che non seguono criteri cronologici o tematici ma danno vita a un’installazione di pezzi. Entrando nell’ambiente grezzo e asettico, lo spettatore è messo istantaneamente in contatto con l’atmosfera che caratterizza la produzione dello scultore svizzero, che resta una figura solitaria nel contesto storico-artistico a egli contemporaneo non avendo mai voluto aderire a movimenti artistici di tendenza all’epoca. Nonostante il concomitante sviluppo di correnti astratte, infatti, Josephsohn rimane fedele a un approccio prettamente figurativo, seppur in chiave moderna, indirizzando l’interesse della propria ricerca artistica verso l’indagine della forma e dello spazio, piuttosto che alla rappresentazione mimetica della natura. Il suo linguaggio segue invece quella branca della scultura figurativa moderna che sperimenta per avvicinarsi a una forma di dissoluzione della figura umana. 

Lo scultore svizzero si concentra sulla riduzione, mezzo per raggiungere il Kern der Sache - il nucleo della questione. Insieme a una nuova interpretazione delle forme e della figura umana come volume nello spazio, nel periodo postbellico anche la materia acquista un ruolo fondamentale all’interno del processo creativo, emancipandosi rispetto alla tradizionale funzione di strumento di lavoro per diventare essa stessa veicolo di contenuti all’interno della scultura nel suo insieme.
La produzione di Josephsohn diventa l’emblema di questi innovativi approcci della scultura, sia a livello contenutistico che tecnico. Nonostante, nel corso di sessant’anni di lavoro, ci sia una continua evoluzione a livello formale lo stile più astratto negli anni Cinquanta, caratterizzato dalla riduzione geometrica delle forme, è seguito da un periodo determinato dalla rappresentazione figurativa più accentuata dell’essere umano. Mentre, a partire dalla fine degli anni Ottanta, torna nuovamente centrale il processo di astrazione, non intesa più come riduzione delle forme, ma al contrario come accumulo di materia che dà origine a figure massicce e voluminose. La mostra documenta gran parte delle tipologie in cui lo scultore catalogò il proprio lavoro: figure in piedi, sedute, distese, mezze figure e rilievi. I modelli - che costituiscono il punto di partenza del suo lavoro - sono da ricercare nella stretta cerchia privata di amici e parenti, con particolare predilezione per le donne che furono sue compagne di vita: Mirjam, Ruth e Verena. Nonostante le opere nascano dallo studio dal vero, il risultato finale si allontana dalla rappresentazione realistica dei modelli. Josephsohn, infatti, evita di inserire dettagli naturalistici o riferimenti fisionomici diretti, scegliendo di rappresentare con vivacità ed enfasi alcuni elementi anatomici al fine di accentuarne l’espressività.

Per realizzare le sue sculture, Hans Josephsohn predilige il gesso, materiale facilmente modellabile che soddisfa l’esigenza di immediatezza e spontaneità ricercata dallo scultore. Il materiale, tradizionalmente destinato alla riproduzione di opere, viene sfruttato dall’artista per la sua malleabilità e versatilità, ossia nei suoi due stati: solido e liquido. Lastre solidificate di gesso vengono assemblate con l’aiuto del materiale nel suo stato liquido, e poi, talvolta, spaccate. Il gesso è fragile e duro al tempo stesso, e questo rende possibile intervenirvi nelle sue diverse farsi, e dunque sperimentare e rielaborare ritoccando l’opera a più riprese, aggiungendo e rimuovendo materia. Si avvia un vero e proprio processo di creazione dell’essere umano: un processo generativo sempre aperto a ulteriori e possibili sviluppi, che porta a una scultura definita da una texture grezza, visibile anche dopo il procedimento di fusione in ottone. Impronte di dita, i segni degli strumenti (scalpelli, spatole, coltelli, asce e accette) dell’artista che incessantemente lavora e rilavora i suoi modelli rendendoli mutevoli nelle forme. L’effetto finale della scultura è dinamico, proprio come se essa contenesse una vita al suo interno.
La figura umana viene trattata da Hans Josephsohn come volume posto in relazione con lo spazio che lo circonda ed è caratterizzata da una fisicità potente. Non esiste un punto di osservazione privilegiato e univoco: l’osservatore è invitato a interagire in prima persona con la scultura, muovendosi continuamente nello spazio a distanze differenti e modificando il proprio sguardo in relazione ad essa. Solamente combinando i singoli punti di vista diventa possibile percepire l’opera nel suo insieme. Hans Josephsohn rende così l’osservatore libero di creare distanze e connessioni con le sculture, non dandone una visione unica ma proponendo una lettura multilaterale. La sua produzione è definita come “scultura esistenziale”, poiché rappresenta una forma di esplorazione dell’esistenza e della condizione umana, derivante dall’indagine della relazione tra l’uomo e il mondo che lo circonda, connotato nel corso del Novecento dall’alternarsi di sconvolgimenti epocali e momenti di rinascita.

Nel grande ambiente che accoglie le sculture di Hans Josephsohn, si è accolti da un gruppo di opere in ottone. Il passaggio dal gesso all’ottone viene affidato dall’artista alla Fonderia di San Gallo, che attraverso la tecnica a cera persa dà vita alle sculture che riescono a riprodurre e rispecchiare esattamente l’originale in gesso. La tecnica consiste nel realizzare uno stampo della scultura in gesso utilizzando la gomma siliconata ricoperta a sua volta di uno strato esterno di gesso. Una volta asciutto, si ottiene così il negativo su cui viene spalmato uno strato di cera per ottenere il positivo: una copia dell’originale in cera. La nuova scultura viene ricoperta di una terra refrattaria dotata di un tubo per la fuoriuscita della cera. Questa viene poi infatti messa in forno, per quattro o cinque giorni, a una temperatura molto alta (circa 520°) che permetterà alla cera interna di fuoriuscire dal tubo e lasciare la forma all’interno vuota e pronta per accogliere l’ottone liquido. Quando il tutto si sarà raffreddato, si procede con la eliminazione dello strato di materiale refrattario –e dei canali che si erano costruiti al suo interno per favorire il riempimento della forma dall’ottone – e si ottiene infine la scultura nel materiale finale desiderato.