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Spazio -1

A cura di
Danna Olgiati

Con il Patrocinio del Vicariato di Roma in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia e della Conoscenza

Collezione Giancarlo e Danna Olgiati

Sulla Croce

ArteMostre

In occasione del Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco per l’anno 2016, la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati presenta un allestimento dedicato al simbolo della Croce. Attraverso una selezione di opere che spaziano dall’antico al contemporaneo, la mostra intende indagare la complessità e il mistero del simbolo universale della Croce nell’arte. Attestata fin dall’antichità più remota la Croce è, tra le figure geometriche, il terzo simbolo fondamentale (dopo il cerchio e il quadrato). Nel Cristianesimo ha successivamente assunto diverse raffigurazioni e significati: il Crocefisso, il Cristo, il Verbo, la Seconda Persona della Trinità. Attraverso un approccio dichiaratamente laico e, al contempo, rispettoso della dimensione del Sacro, l’allestimento propone opere di artisti che, con diverse attitudini filosofico-religiose e differenti linguaggi, hanno affrontato il tema della Croce. In mostra opere di Roberto Ciaccio, Lucio Fontana, Jannis Kounellis e altri.

Elenco artisti in mostra:

Alberto BURRI (Città di Castello 1915 – Nizza 1995)
Ludovico CARRACCI (Bologna, 1555 – 1619)
Giovanni Antonio Felice ORELLI (Locarno, 1706 – 1776)
Medardo ROSSO (Torino, 1858 – Milano, 1928)
Lucio FONTANA (Rosario di Santa Fé, Argentina, 1899 – Comabbio, 1968)
Marino MARINI (Pistoia, 1901 – Viareggio, 1980)
Jannis KOUNELLIS (Pireo, Atene, 1936)
Roberto CIACCIO (Roma, 1951 – Milano, 2014)
Paloma Varga WEISZ (Mannheim, Germania, 1966)
Adrian PACI (Shkodër, Albania, 1969)


Sede
:

Collezione Giancarlo e Danna Olgiati
Riva Caccia 1
6900 Lugano

+41 (0)58 866 4230

Orari:

Ve – Do: 11:00 – 18:00


www.collezioneolgiati.ch

Documentata fin dall’antichità più remota la Croce è, tra le figure geometriche, il terzo simbolo fondamentale (dopo il cerchio e il quadrato). Nel Cristianesimo ha successivamente assunto diverse raffigurazioni e significati: il Crocefisso, il Cristo, il Verbo, la Seconda Persona della Trinità. Tramite un approccio dichiaratamente laico e, al contempo, rispettoso della dimensione del Sacro, l’esposizione propone opere di artisti che, in diverse epoche, con diverse attitudini filosofico-religiose e differenti linguaggi, hanno affrontato il tema della sofferenza umana.  

Le opere selezionate per la mostra – dipinti, fotografie, bassorilievi e sculture – attraversano tutto il ‘900 fino ai giorni nostri, con due preziose presenze radicate in un passato influenzato differentemente dalla dottrina cattolica, quello del primo seicento bolognese e quello ticinese di un secolo più tardi.

Il pregevole dipinto del pittore ticinese Giovanni Orelli Gesù dormiente sulla Croce del 1742 ca. ci introduce ad un’iconografia molto peculiare, un Bambin Gesù dormiente come deposto delicatamente dalla Croce; il quadro è un evidente memento mori e la tenera immagine del paffuto fanciullo racchiude tutta la drammaticità dell’evento in un’atmosfera resa ancor più delicata dal candido incarnato. Tale sofferta immagine fa da contraltare al San Sebastiano alla colonna del pittore bolognese Ludovico Carracci databile ai primissimi anni del ‘600. Un dipinto che ci mostra il martire nella sua iconografia classica, prevalentemente concentrata, con innumerevoli esempi, sul supplizio delle frecce cui il martire venne sottoposto. Ma, come ci dicono le fonti agiografiche, Sebastiano non morì in quell’occasione, in quanto la pia matrona Irene lo curò, salvandolo. In seguito, Sebastiano fu nuovamente catturato dai suoi persecutori e flagellato o, seconda altra versione, bastonato a morte. Il dipinto infatti mostra un uomo ancora vivo, pronto ad affrontare serenamente il supplizio che gli sarà riservato dal destino, o dalla volontà divina, a seconda della prospettiva storica che ognuno di noi vuole dare.

Un prezioso ambiente vedrà al suo interno dialogare quattro importanti opere di due maestri del ’900, Medardo Rosso e Lucio Fontana. Del primo abbiamo il Bambino ebreo del 1915, struggente e sconsolata testa di bimbo che più di un ritratto ci appare come uno stato d’animo. Un bambino, l’immagine dell’età della purezza che si presenta al tempo stesso sorgente di vita e immagine che contiene in sé tutta una sofferenza futura, ma ancora non data. Medardo Rosso non ha realizzato nella sua opera una patetica testina, piuttosto ha reso vera apparizione questa presenza che incorpora e materializza un sentimento e una visione poetica dell’arte.

Di Lucio Fontana, forse l’artista più originale e complesso del XX secolo, vengono presentate quattro opere, i bassorilievi in terracotta L’ascensione, 1950-55, La deposizione, 1956 e il Cristo, 1959, e la scultura in ceramica Testa di fanciullo, di circa dieci anni precedente e datata 1948, nella quale il senso del sacro viene alluso in un ritratto di bimbo, estraneo ad ogni tematica religiosa, ma non per questo meno commovente e perfettamente abbinato al Bambino ebreo di Medardo. Le terrecotte di Fontana ci invitano ad andare oltre la materia stessa, come per liberarla di quella forza interiore che spinge fuori, in un’ansia di infinito, di possibile sconosciuta nuova vita. Sono tre opere che magistralmente pongono di fronte a noi il tema della sofferenza dell’uomo come momento alto di nuove possibilità; tutto questo non con una imposta e circoscritta visione religiosa piuttosto andando ad esplorare il tema della materia così importante: per lui come artista, per i fedeli come elemento della dottrina. Il famoso gesto del taglio che Fontana compie sulla tela, perentorio e lacerante, ha la stessa forza espressiva e incidente sulla creta, dove oltre all’utensile meccanico compare la forza della manipolazione, la forza del gesto della mano grazie allo scorgere delle impronte delle dita.

A parete e in dialogo con le sculture di Fontana e Rosso una Crocefissione di Alberto Burri, combustione plastica di piccolo formato che restituisce nella sua bidimensionale trasparenza lacerata e soggetta a combustione, tutta la drammaticità dell’atto della Crocefissione. 

Liberare lo spazio, e allo stesso tempo di liberarsi di esso, rompendo e lacerando le forme è il messaggio forte di emancipazione di nuova possibile esistenza attraverso un passaggio di sofferenze e lacerazioni. La mostra continua al di là di ogni distinzione cronologica con i due bronzi di Marino Marini il Giocoliere del 1946 e il Prigioniero del 1943. Questi sono gli anni del rifugio in Svizzera a Locarno, e nelle opere di questo periodo l’artista ha inteso esprimere il ridicolo dell’esaltazione di un uomo che vuol comandare. L’umanità ha paura e l’artista la manifesta in opere come queste, dove la materia va a rompere le proporzioni e a prendere campo, infliggendo alle forme una tensione inaspettata.  Il Prigioniero malinconica e struggente scultura in bronzo, testimone di efferati e disumani avvenimenti in territorio europeo ci disorienta e quasi mette in imbarazzo ancora oggi pensando alla data, quel 1943 quando l’umanità intera finalmente prende coscienza dell’ancora oggi, per alcuni aspetti, inspiegabile atto di depravazione umana che furono i campi di sterminio nazisti e gli orrori della guerra tutta. Anche il Giocoliere del 1946 porta ancora il peso di quegli anni bui, e nella sensibilità esperita della forma appare il senso del tragico che si manifesta in una figura echeggiante i lacerati corpi dei cristi crocifissi di gusto tardomedievale. Marino stesso definisce le opere di questo periodo architetture di un’enorme tragedia. Accomunate da titoli sintetici e descrittivi, queste sculture incarnano, nella particolare postura e inclinazione delle membra o del volto, una sintesi di appartenenza e di estraneità al mondo, di vitalità e spiritualità; sembrano suggerire che la vicenda di Cristo tra gli uomini fino al sacrificio della Croce possa essere celebrata da “piccoli ebrei”, “giocolieri”, “prigionieri”, ovvero da coloro che appartengono al mondo degli umili e dei sofferenti.

Ecco allora il Lying Man (Uomo sdraiato) della scultrice tedesca Paloma Varga Weisz del 2014, pur realizzato a cinque secoli di distanza, dialoga idealmente con il martirio di San Sebastiano, nudo e trafitto da frecce. Effige della sofferenza del martire, il San Sebastiano del Carracci, eppure così vicino al nostro presente nella sinuosa composizione della figura del Santo, trova sorprendente corrispondenza nella scultura della Weisz: una figura maschile in legno grezzo, supina, in scala al vero, abbandonata su una ruvida coperta. Un’immagine che richiama tragicamente il destino di tanti migranti e profughi, un’icona della sofferenza che appartiene tristemente alla cronaca del nostro nuovo mondo globale.

Il percorso si chiude con tre artisti del presente: Adrian Paci, Jannis Kounellis e Roberto Ciaccio.

Dell’artista albanese Adrian Paci la recente serie fotografica Via Crucis del 2011 realizzata per essere collocata permanentemente nella chiesa milanese di San Bartolomeo. Il tema fondamentale nella narrativa evangelica è restituito dall’artista con una stampa fotografica su metallo dal sapore prosaico e nella quale la presenza del sacro è diffusa e incarnata dalle relazioni famigliari, dalla scelta dell’artista di chiedere ai membri della sua famiglia e ai suoi amici di essere loro protagonisti delle scene. Un rimando pasoliniano si avverte in questa Via Crucis in termini di un’iconografia di origine plastica che ha le sue radici nella grande tradizione giottesca o nella asciutta ieratica umanità legata all’opera di Masaccio. I due grandi maestri erano molto cari a Pasolini e allo stesso Paci e furono tra gli artisti che permisero alla realtà dell’uomo di essere parte del racconto divino, come avvenne nel cinema di Pasolini e come avviene nel lavoro di Paci.

Jannis Kounellis e Roberto Ciaccio hanno elaborato il simbolo della Croce secondo personalissimi codici astratti. Entrambi, pur da premesse diverse, organizzano la superficie dell’opera attraverso un’essenziale articolazione delle linee e dei piani in verticali e diagonali. Kounellis orienta in diagonale una grande Croce su di una cruda superficie metallica drammaticamente impreziosita da filamenti, intitolata Punto croce e realizzata nel 2013. L’iconografia ferma il supplizio in un’immagine potente e diretta che non lascia spazio ad altro che alla sofferenza che viene evocata.

Per ultimo ma non da ultimo l’artista milanese Roberto Ciaccio, scomparso prematuramente nel 2014, e a cui questo progetto espositivo in qualche modo si ispira. Nel suo Trittico per la Croce, del 2001, evoca il carattere fantasmatico dell’apparizione, mentre la presenza-assenza dell’immagine palesa un clima di sospensione della Croce. Viene qui annullata la dimensione seriale, tipica della riproduzione grafica, attraverso la scelta della tecnica non replicabile del monotipo.

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