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Impulse illumina l'inverno
Impulse illumina l'inverno, inaugurazione 03.12 ore 17:00
LAC Lugano Arte e Cultura
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Intervista a Valter Malosti

regista e interprete de Il berretto a sonagli

Su cosa verte la sua ricerca e la direzione della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino?
Da quando faccio teatro, la mia ricerca è aperta su un doppio crinale: tradizione - intesa come riscoperta delle radici espressive a partire dall’Ottocento – e studio legato al corpo e alla voce – côté più novecentesco. Con la Compagnia Teatro di Doniso, di cui sono fondatore, affronto soprattutto testi contemporanei, rivolgendo particolare attenzione al lavoro sulla lingua, sulla musica e sul corpo. Non credo di avere un metodo, uno stile o una mia etica. Ad ogni spettacolo vado a scoprire un mondo diverso. 

Quando nasce l’idea di mettere in scena questa pièce? In che modo ha affrontato il testo?
È un testo che volevo mettere in scena da diversi anni. Pirandello non lo stampò mai in vita. Il manoscritto si conservò in italiano attraverso un’edizione sostanzialmente mutila, cioè con tagli rispetto al copione originale realizzati da Angelo Musco - grande attore dialettale noto anche all’estero in quel periodo. La lingua di Pirandello è stata per diversi anni offuscata da una sorta di stereotipo, da una matrice filosofeggiante. È un testo che dimostra la carnalità, la vivezza, la forza espressiva della lingua. Ho deciso di non avere un accompagnamento musicale, perchè la musica stessa delle parole mi pareva già fortissima da sola. La versione da cui parto è proprio quella con i tagli importanti che Musco fece, versione che fu presa da De Filippo per realizzare una pièce in napoletano. La prima cosa che ho fatto è stata quella di recuperare questi tagli, dando così allo spettacolo una dimensione più corale. Da semplici macchiette, i personaggi riacquistano così una giusta dimensione. Il testo diventa più ruvido, più politicamente scorretto: da un lato c’è Fana – la bigotta serva – dall’altro c’è la Saracena – che professa un ateismo piuttosto violento. Fin dalla prima scena è evidente un confronto tra una morale più corrente ed una più eversiva, rappresentata proprio da questa figura un po‘ equivoca che sta ai margini della società. Scena dopo scena ci si rende conto che i due personaggi principali Ciampa e Beatrice camminano sull’orlo di un precipizio, sull'abisso della follia e che solo uno dei due, come in un combattimento mortale, sarà destinato a caderci.

Lei incarna il ruolo di Ciampa. Che interpretazione ha fatto del personaggio?
Fin da ragazzino sono stato un appassionato di Teatro. I Grandi che hanno interpretato Ciampa erano sempre uomini più che adulti, ad esclusione di De Filippo che non era ancora quarantenne quando debuttò nel 1936. Il mio personaggio conserva i caratteri del Ciampa di De Filippo, dove alla farsa è mescolata alla tragedia. È quel tipo di teatro per cui si può ridere, si deve ridere ma che poi naturalmente si rivela una farsa nera, maligna, che insomma farà male ad alcuni dei personaggi in scena.

Cosa rimane della lingua di Pirandello – il siciliano?
Tantissimo. Abbiamo portato in scena questo spettacolo anche nel Nord Italia e abbiamo ricevuto applausi anche a scena aperta, insomma, ci pare che lo spettacolo venga capito. Non è un siciliano traumatizzante. È una lingua meravigliosa.

Perchè venire a vedere il suo spettacolo?
È sicuramente un Pirandello nuovo. Un Pirandello come non lo si è visto negli ultimi anni. È la riscoperta di questo grande autore. Uno spettacolo carico di un dirompente carattere farsesco. Traspare un mondo, che per fattezza ricorda quello dei testi di Molière – autore molto amato da Pirandello – in cui l’umanità è straziata ma la farsa non smette di pulsare. Tipico degli anni di Charlot, dello slapstick, delle commedie dell’Avanspettacolo in Italia, in cui crudeltà e risate si alternano.

>Link alla scheda dello spettacolo