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Impulse illumina l'inverno
Impulse illumina l'inverno, inaugurazione 03.12 ore 17:00
LAC Lugano Arte e Cultura
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Intervista a Ferdinando Bruni, regista e interprete de Il vizio dell'arte

Signor Bruni, in questo spettacolo lei è traduttore, regista, scenografo e attore…

Sì esatto, poi in realtà non ho fatto tutto da solo. Per la scenografia e la regia mi sono avvalso della preziosa collaborazione di Francesco Frongia, che è co-regista per “Il vizio dell’arte”. Ho curato la traduzione e interpreto un personaggio, anzi due: l’attore Fitz che è chiamato ad interpretare il ruolo del poeta Auden. 

Come ha affrontato il testo?

Ha una struttura che si lascia affrontare con grande facilità. Ci si immagina la prova della produzione di uno spettacolo immaginario che si chiama “Il giorno di Calibano” che racconta l’immaginario incontro fra il musicista Benjamin Britten e il poeta Wystan Hugh Auden, entrambi colossi del Novecento, che in gioventù avevano collaborato e dopo vent’anni si rincontrano a Oxford. Gli spettatori assisteranno quindi ad una prova portata avanti dall’assistente alla regia, in presenza dell’autore della pièce, con tutte le interruzioni del caso, gli sbagli, le bizze tra attori e l’autore. Il tutto raccontato con quell’ironia che è proverbiale in Bennett. Per questo considero “Il vizio dell’arte” più una commedia che un dramma.

Si tratta della secondo dramma/commedia di Bennett che lei mette in scena:

“The History Boys” l’ho in messa in scena con Elio De Capitani, l’altro interprete de “Il vizio dell’arte”. È un autore che ci piace molto per il suo modo apparentemente lieve ma in realtà molto profondo di raccontare diversi temi. In “The History Boys” prevalevano i temi della cultura, dell’istruzione e delle scelte che i giovani devono fare arrivati alla fine del percorso scolastico. Ne “Il vizio dell’arte” invece si parla di arte, di teatro ma anche di vecchiaia e di biografia.

Cosa significa firmare uno spettacolo a quattro mani:

Tra me e il mio co-regista - in questo caso Francesco Frongia - c’è sempre una forte sintonia che deriva dal fatto di aver lavorato insieme tanti anni, di avere la stessa idea comune di teatro e di condividere anche la passione per il testo che stiamo mettendo in scena. Si tratta quindi di una regia veramente a quattro mani, in cui non c’è una divisione di ruoli e ognuno si rapporta all’altro. Alla fine è come se il regista fosse solo uno.

Come è arrivato a fondare il Teatro dell’Elfo?

Mi ero iscritto a quella che allora era la Scuola del Piccolo Teatro di Milano. Lì ho incontrato Gabriele Salvatores che invece si era appena diplomato. Ci siamo messi a provare un testo che a lui sembrava interessante.  A conclusione del primo anno di accademia, io e Gabriele avevamo già fondato il Teatro dell’Elfo nato appunto da quest’avventura. Poco dopo si sono uniti a noi Elio De Capitani e Ida Marinelli.

Perché venire a vedere il vostro spettacolo?

Perché chi ama il Teatro trova in quest’opera      i meccanismi attraverso i quali viene costruito uno spettacolo teatrale.  Uno squarcio dietro le quinte. In scena due giganti della cultura del Novecento raccontati nella loro intimità, in parte anche nella loro miseria umana. È uno spettacolo che sta riscuotendo un enorme successo e non bisogna perderlo! 

> Link alla scheda dello spettacolo