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Impulse illumina l'inverno
Impulse illumina l'inverno, inaugurazione 03.12 ore 17:00
LAC Lugano Arte e Cultura
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Simona Gonella ci racconta Peter Brook

4.12.2015

Incontro con la regista, formatrice e pedagoga teatrale che ci introduce allo spettacolo “The valley of astonishment” per la regia del grande maestro britannico.

Qual è stato il suo percorso formativo?
Mi sono formata come regista alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi. Ho avuto il piacere di lavorare come regista, drammaturga  e pedagoga in tutta Europa. La mia è quindi una formazione classica; sono state poi le mie scelte a rendere il mio percorso più eclettico. Sono stata quattro anni direttrice artistica dell’Oda Teatro di Foggia; ho scritto e curato diverse regie ad esempio in Inghilterra alla Royal Shakespeare Company e al Chichester Theatre Festival; negli ultimi anni mi sono dedicata più all’attività pedagogica fra Italia, Londra alla RADA Royal Academy of dramatic Art e altri progetti. Da diversi anni mi occupo di progetti di formazione del pubblico, lavorando sul concetto di visione di uno spettacolo teatrale.

Quando la sua strada si è incrociata con quella di Peter Brook?
Purtroppo non ho mai avuto l’occasione di conoscerlo personalmente. L’ho scoperto a scuola, ovviamente, perché è uno di quei Maestri che hanno formato in modo incisivo l’immaginario dei registi. Ho avuto anche la fortuna di lavorare come assistente durante un seminario con il giapponese Yoshi Oida, uno dei suoi attori storici. Nel corso di quei mesi ho avuto modo di ragionare sull’efficacia del lavoro di Brook, realizzando che il suo non è un lavoro, ma una pratica. È stato veramente uno dei capisaldi della mia formazione. Ho mosso i miei primi passi come regista con il Teatro Settimo di Torino. La prima tournée mi ha portato ad attraversare l’Europa con un furgone. Non poteva di certo mancare una tappa parigina al Théâtre Des Bouffes Du Nord a vedere la “La tempesta”.

Il suo spettacolo preferito diretto da Peter Brook?
Ho visto ovviamente molti suoi spettacoli, da “La tempesta” a “Je suis un phénomène”, a “Hamlet”: insomma lo seguo quando posso. Per una ragione squisitamente sentimentale, proprio perché ci avevo lavorato con Yoshi Oida, ma il mio spettacolo preferito resta “La tempesta”. Dal punto di vista di donna e artista più matura direi “Je suis un phénomène”, per una questione drammaturgica e di lavoro sull’attore.
Purtroppo non ho ancora avuto l’occasione di vedere “The valley of astonishment”, ma conosco “da dove viene”, conosco il lavoro di Brook sulle neuroscienze, il suo intento di rappresentare l’irrappresentabile e di indagare la mente umana come mistero. Sono sicura che la forza celata nel titolo la ritroveremo anche nello spettacolo. Ho letto molte recensioni positive su “The valley of astonishment”. Se non avete mai visto Brook, questa è un’occasione preziosa da cogliere al volo. Concedetevi di immergervi nello stupore!

Chi è Peter Brook per lei?
Per me Brook è una delle figure più illuminanti del Teatro. È uno di quei teorici che segnalo durante i miei corsi propedeutici, consiglio i suoi spettacoli e i suoi libri, a partire dal vecchissimo “Lo spazio vuoto” fino alle più recenti pubblicazioni. Come i suoi spettacoli – trasparenti e senza orpelli, dove la magia si crea dalla capacità di evocare più che di fare – i suoi libri dicono cose essenziali e funzionali. Le faccio un esempio. Cito spesso una frase tratta da “Il punto in movimento” (1946) dove scrive “ho scoperto che è possibile vivere soltanto se si ha un'ardente e assoluta identificazione con un punto di vista.” Per me quell’aggettivo “ardente” racchiude un forte valore. Io devo avere un’“ardente” motivazione, devo bruciare nel momento in cui affronto qualcosa.

Perché definirlo un maestro rivoluzionario?
Brook debutta in un periodo in cui molti maestri lavorano sull’immaginario teatrale degli artisti e degli spettatori, spesso, come nel caso di Grotowski, facendo delle operazioni quasi “chirurgiche”. Lui invece fa un’operazione radicale e ci riconsegna un teatro che vive non della forma esteriore ma va all’essenza del lavoro dell’attore. Per me, che sono una persona molto dedita al lavoro dell’attore, questa è una grande rivoluzione rispetto alla prassi teatrale degli anni ’40 / ’50. Sgombera il teatro dagli orpelli, andando all’essenziale, ridando centralità al ruolo dell’attore.
Rivoluzionario anche perché dal momento in cui approda a Parigi al Théâtre Des Bouffes Du Nord, lo fa diventare un vero centro internazionale per quest’arte.
Alcune sue riscoperte, come il sodalizio con Sotigui Kouyaté e con la figura del griot, sono rivoluzionarie.
A livello personale non posso non ricordare quanto mi ha affascinato la sua visione gurdjieffiana. Per me un film che resta ancora oggi imprescindibile è “Incontri con uomini straordinari”, che dimostra che il suo non è un mero metodo, ma una pratica teatrale.
Brook fa parte di quella categoria di maestri, i cui concetti non invecchiano mai e possono essere applicati alle esigenze contemporanee.

Come si svolgerà l’incontro di stasera al LAC?
Visioneremo alcuni frammenti di spettacoli di Peter Brook e approfondiremo la figura "rivoluzionaria" di questo grande maestro di teatro. Dalla famosa messa in scena di “Sogno d’una notte di mezz’estate”, ad un breve pezzo metodologico su “La Tragédie de Carmen”, per concludere poi con “La tempesta”, concentrandomi soprattutto sulla figura di Ariel. A partire da questo ricostruirò col pubblico la sua figura di “Maestro”. L’incontro sarà arricchito inoltre dalla presenza di due degli artisti che nei prossimi giorni reciteranno nello spettacolo in scena al LAC.