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Impulse illumina l'inverno
Impulse illumina l'inverno, inaugurazione 03.12 ore 17:00
LAC Lugano Arte e Cultura
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Intervista a Saverio La Ruina

Autore, regista e interprete di Polvere - Dialogo tra uomo e donna

Teatrostudio
Domenica 29 novembre ore 16:30 e 20:30
>Link alla scheda dello spettacolo

Quando nasce la sua compagnia teatrale “Scena verticale”?
“Scena verticale” nasce nel 1992 a Castrovillari sotto gli occhi di un notaio perplesso. Una città dove la cultura faceva fatica a farsi strada. Pur avendo le idee poco chiare su ciò che davvero volevamo, ambivamo a trovare un modo personale di fare teatro. Inizialmente ci siamo concentrati sul teatro ragazzi. Nel 1996 abbiamo messo in scena la nostra prima produzione “La stanza della memoria” realizzata per un pubblico adulto. Nel 1999 organizziamo la prima edizione del festival “Primavera dei Teatri” che fin da subito ha avuto una linea rigorosa ed è stato capace di attrarre molti operatori e l’attenzione della critica nazionale su Castrovillari. Siamo riusciti a portare in scena buona parte del teatro italiano. La nostra è una manifestazione frequentata dalla popolazione dell’intera Calabria e delle regioni limitrofe, ma anche dal Nord Italia.

Come è nata quindi la sua passione per il Teatro?
Gli anni ’70 sono stati anni speciali per Castrovillari: a differenza d’oggi, le nostre serate erano arricchite dai programmi di quattro enormi e stupendi cinema. Nel tempo libero lavoravo come cameriere e - come in “Nuovo cinema paradiso” - riuscivo a vedere di nascosto le pellicole proiettate. Il grande amore per la scrittura invece l’ho scoperto più tardi. Volevo raccontare delle cose e dar voce a figure che ho molto amato, donne stupende del sud - la nonna, la madre, la zia - sulle quali non esisteva una letteratura teatrale. Mi sono messo a scrivere in prima persona, facendo di necessità virtù.

Da dove nasce l’urgenza di mettere in scena uno spettacolo come “Polvere”? Come si è documentato?
Viviamo in una società a tratti ancora fortemente patriarcale. Pensate che fino al 1982 il codice penale italiano per il reato di delitto d’onore prevedeva addirittura pene attenuate. A distanza di 30 anni si sono fatti passi avanti in termini di diritti e pari opportunità, ma non abbastanza. Fin da bambini ci trasmettono archetipi/modelli vecchi di secoli. Il maschio ha certe libertà, le femmine no; le femmine hanno dei compiti che i maschi non devono adempiere. Ovviamente poi la maggioranza di noi fortunatamente ha strumenti di autocritica. La violenza sulle donne è molto più diffusa di quella che riporta la cronaca: ci sono situazioni devastanti che non vengono assolutamente alla luce, soprattutto quelle psicologiche. In “Polvere” i protagonisti arrivano da un contesto borghese. Non dei meridionali, non dei precari senza lavoro, segnati da una sofferenza latente, bensì una coppia formata da un fotografo affermato che pubblica per l’Espresso e da un’insegnante. Lo spettacolo è stato concepito sull’arco di due anni ed è stato un lavoro in parte anche di autoanalisi. La violenza che denuncio è quella verbale, quando un linguaggio anche banale, quello della quotidianità, può diventare strumento di coercizione e di violenza. Mi sono appoggiato a diverse associazioni per incontrare vittime e “carnefici”, tra cui ad esempio la White Dove di Genova che ha “in cura” molti di questi. Una lunga ricerca, dove gran parte del mio impegno era volto a conquistare la loro fiducia.

Perché ha scelto questo nome per lo spettacolo?
“Polvere” è per me quel pulviscolo che entrando in una casa non lo vedi. Poi apri una finestra, entra un fascio di luce, e ti accorgi di un pulviscolo nell’aria. È un po’ quello che ho percepito in queste donne che mi raccontavano di come man mano, un poco alla volta, perdevano pezzi di sé, di autostima e senza rendersene conto si stavano polverizzando, arrivando al punto di pensare “Meno male che sta con me”, “Come sono fortunata che mi ama”.

Progetti sullo stesso filone?
Non al momento. Mi prenderò un po’ di tempo per capire se c’è un’urgenza ulteriore. Con “Polvere” ho completato un trittico, perché anche “Dissonorata” e “La borto” toccano tematiche femminili. In genere provo a tenere le antenne ricettive su quello che è la realtà in cui viviamo e che vediamo anche attraverso i media.

Cosa ti aspetti dal pubblico? Il tuo spettacolo può servire ad una donna che si trova nella stessa situazione della protagonista?
Non lo dico per presunzione, ma sì. Durante lo spettacolo si percepisce un fastidio, un gelo, un’attenzione totale, non si sente volare una mosca. Ad un certo punto però il pubblico reagisce rispetto a quello che accade sul palco. Non ho mai ricevuto così tante lettere, e-mail, messaggi su facebook. Mai così tante persone mi hanno aspettato a fine spettacolo per parlare, confrontarsi e ringraziarmi. Forse sicure di ottenere una certa sensibilità d’ascolto, molte donne si sono anche confidate. Chiunque può trovare però un elemento su cui riflettere. Il rapporto con l’altro è una delle cose più importanti nella vita di un individuo.