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Impulse illumina l'inverno
Impulse illumina l'inverno, inaugurazione 03.12 ore 17:00
LAC Lugano Arte e Cultura
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Intervista a Filippo Dini, regista di Ivanov in scena sabato alle 20.30

Filippo Dini ci parla dello spettacolo, del suo ruolo nei panni di Ivanov e del suo amore per i testi di Anton Čechov.

Cosa l’ha portata a scegliere di mettere in scena Anton Čechov e in particolare la storia di Ivanov?

Innanzitutto diciamo che ho sempre avuto un debole per Čechov e la sua drammaturgia. L’idea di portare in scena Ivanov è da diversi anni che mi assilla. È un testo che ha sempre avuto un grande impatto nella mia vita per diversi motivi.

In primo luogo perché è una commedia scritta da un ragazzo di 27 anni. Ingiustamente considerata un’opera minore, Ivanov è dotato di una forza e di una potenza davvero speciale. Come dichiara l’autore stesso in una lettera a suo fratello, ci sono dei passaggi che stridono un po’ e traspare l’ingenuità di uno scrittore alle prime armi, ma la carica emotiva che porta e sottosta alla drammaturgia di questo testo, credo sia davvero inimitabile, unica. E’ un testo carico di una grande passionalità, di un grande eros e di un grande divertimento, che vede protagonista un personaggio che di passionalità non ne ha per nulla. Ivanov è l’uomo inutile, figura-leitmotiv della letteratura russa di metà Ottocento. Un uomo che si lascia vincere dalla noia, dall’angoscia e soccombe alla sua epoca e al suo mondo, ma soprattutto a se stesso.
In secondo luogo mi è sempre sembrato che i personaggi di Čechov abbiano molto in comune con il nostro vivere quotidiano. In tutte le sue commedie, Čechov racconta la fine di un’epoca e forse la fine di una civiltà. La Russia a quel tempo giungeva alla fine di un’epoca straordinariamente meravigliosa, in cui avevano vissuto i più grandi musicisti, pittori, scrittori di tutti i tempi, e da lì a poco sarebbe scoppiata la Rivoluzione. La mia generazione è stata la prima a doversi confrontare addirittura con la fine del pianeta. I personaggi di Čechov ci guardano a più di 100 anni di distanza con un sorriso benevolo. Assistere alle loro grandi o piccole tragedie può in qualche modo fare da lenitivo e farci affrontare il nostro quotidiano con maggiore consapevolezza.

Ci descriva il suo Ivanov

Vi propongo due delle tante letture possibili del mio personaggio. La prima più verosimile: l’Ivanov di Čechov era un proprietario terriero a capo di una grande azienda agricola; il mio invece è un piccolo intellettuale di oggi, un uomo che ha studiato all’università, di cultura medio-alta, che ha aperto una sua piccola impresa. In comune hanno la causa della propria rovina: non la crisi economica,  ma la loro inerzia. Ivanov si lascia vincere da un senso di fine che lo schiaccia e lo stritola. Oggi la chiameremmo depressione. Io però sono restio a raccontare Ivanov attraverso la depressione, perché in questo modo lo si relega in un ambiente patologico che lo allontana da noi. Credo piuttosto che sia un uomo che dopo aver dedicato la sua vita al lavoro e alla moglie, ora ha perso tutte le passioni, l’amore e la speranza di riscatto e di rinascita.
D’altro canto, mi è sempre piaciuto pensare ad Ivanov come a un virus, a una cellula maligna che ha grande capacità di contagio e sopravvivenza nella società. Ognuno di noi ha il suo Ivanov dentro di sé, ed è quella parte più nera, più profonda e terribile che ci inchioda davanti alle grandi o piccole scelte, di fronte ai sogni e ai progetti, insinuandoci il dubbio di non essere all’altezza, di non farcela. Questo “virus Ivanov” è molto potente soprattutto nella nostra epoca. Ritengo sia molto importante non ignorare la sua esistenza e non averne paura. Spero che lo spettacolo serva a confrontarci con lui, a prendere atto di quanta negatività porti alle persone che gli stanno intorno.

Cosa può dirci della scelta del cast?

La Compagnia è formata dai migliori attori di teatro che ci sono oggi in Italia, per la maggioranza ex allievi della Scuola del Teatro di Genova. Ho avuto la fortuna di averli come amici e compagni di viaggio anche in avventure precedenti. La scelta è stata dettata principalmente dal fatto che volevo creare un ambiente molto familiare. I personaggi di Ivanov sono persone che vivono vicine e  si conoscono da una vita. Grazie alla traduzione originale di Danilo Macrì, abbiamo creato anche un linguaggio comune tra loro.

Perché venire a vedere Ivanov?

Credo, e spero, che lo spettacolo serva proprio a confrontarci con la parte più profonda e più oscura della nostra coscienza. Parlo dello spettacolo in toni drammatici, ma in tutte le repliche milanesi il pubblico mi ha confermato che lo spettacolo è divertente, molto comico,  e man mano che si va avanti si ride sempre di più. Proprio in linea con lo sguardo ironico e spesso comico che aveva Čechov sulla vita e le persone. Lo sguardo di qualcuno che sta molto vicino, quasi come uno scienziato al microscopio che analizza i rapporti tra i personaggi, e allo stesso tempo lontano, così lontano da poter ridere anche di tragedie molto grandi. 

> link alla scheda dello spettacolo